a cura di Sonia Zarino (architetto, urbanista)

lunedì 22 giugno 2015

Effetti ed eredità dei grandi eventi a confronto: Italia e Spagna



Francesco Gastaldi, Federico Camerin[1]

  1. Introduzione

Nel quadro di una competizione internazionale sempre più spinta, le città e i territori concorrono fra di loro per attrarre manifestazioni sportive o culturali e funzioni pregiate da cui poter ottenere benefici e vantaggi in termini di occupazione locale, finanziamenti pubblici e visibilità mediatica. Il grande evento permette di attivare forme di marketing urbano, cioè attività di promozione e comunicazione rispetto a potenziali visitatori e investitori: le manifestazioni possono costituire dei “fiori all’occhiello” su cui investire forti valenze simboliche. Alcune città europee, a partire dall’esperienza pionieristica di Barcellona, sono diventate dirette e autonome protagoniste della scena internazionale grazie a eventi che hanno permesso loro d’inserirsi in circuiti economici innovativi, attirando dall’esterno nuove risorse, finanziarie e umane, e incrementando i propri flussi turistici e culturali (Savino 1998). La promozione dell’immagine della città, poiché funge da catalizzatore delle energie di tutti gli attori locali, dalle amministrazioni comunali, alle imprese, ai cittadini, può svolgere un ruolo attivo a sostegno delle politiche di rigenerazione urbana, finalizzate a valorizzare le potenzialità del sistema locale, l’identità collettiva e la sua coesione interna.

A fronte di un grande impegno, la manifestazione in sé ha di norma un decorso molto breve e sono quindi fondamentali gli effetti di lunga durata che riesce a produrre, insieme all’“eredità” che è in grado di lasciare in un determinato contesto urbano e territoriale (Guala 2007, Vitellio 2009). La significativa quantità di risorse coinvolte nell’organizzazione di un grande evento (non solo di tipo economico, ma anche simboliche, istituzionali, relazionali, sociali ecc.) dovrebbe rappresentare un’opportunità per innescare un processo durevole in grado di autosostenersi nel tempo e che possa risultare, almeno in parte, pre-configurato a monte. In questo quadro, il riutilizzo delle strutture, e la previsione ex ante delle nuove destinazioni d’uso, si rivela un indicatore di un’oculata programmazione e gestione dell’occasione come risorsa permanente per la città (Segre-Scamuzzi, 2004; Gambino-Mondini-Peano 2005).
I grandi eventi possono essere un’opportunità per sperimentare un nuovo stile di governo della città, forme innovative di coordinamento tra diversi attori (istituzionali e non), partnership pubblico-privato, forme di partecipazione e consenso preventivo su scelte di fondo. La concertazione e l’interazione ripetuta fra i soggetti può determinare la costituzione di reti relazionali a supporto dell’innovazione e processi di apprendimento collettivo del sistema locale.
Affinché si determini un’effettiva innovazione delle trasformazioni urbane, occorre che più soggetti, individuali e collettivi, condividano una visione comune del futuro di una città, con l’obiettivo dintraprendere processi di rigenerazione, il cui successo dipende in larga parte dalla capacità del sistema locale dintegrare aspetti fisici, sociali, economici e ambientali nel quadro delle scelte per la promozione dello sviluppo sostenibile (Di Vita 2010). Di seguito ci si soffermerà su un’analisi degli effetti territoriali dei grandi eventi in Italia e in Spagna cercando anche di evidenziare le principali problematiche.

  1. Italia: Genova, Torino, Milano
I casi delle Città di Genova, Torino e Milano, tre capoluoghi del Nord-Ovest, già ai vertici del “triangolo industriale” negli anni del “boom economico”, possono essere emblematici per capire il ruolo dei grandi eventi nelle trasformazioni urbane. Nel caso di Milano potremo solo fare ipotesi e cercare di capire prospettive e scenari che si potranno determinare a partire dall’Esposizione Universale Milano 2015.
Nel quadro delle trasformazioni urbane avvenute a Genova negli ultimi vent’anni, i grandi eventi - Expo colombiana per i 500 anni della scoperta dell’America nel 1992, Vertice G8 dei capi di stato nel luglio 2001, Capitale Europea della Cultura nel 2004 - hanno avuto un ruolo decisivo nel mettere in campo ingenti risorse economiche, attivare capitale sociale e (ri)definire l’immagine della città (Gabrielli 2006). Il binomio recupero del Waterfront e rigenerazione urbana del Centro storico ha caratterizzato tutte le più consistenti scelte di politica urbana degli anni Novanta e dei primi anni Duemila, catalizzando altresì le maggiori attenzioni in termini di politiche urbane e la gran parte dei finanziamenti e non vi è dubbio che queste azioni abbiano contribuito in modo determinante a innescare processi di reversibilità delle tendenze al degrado fisico, economico e sociale, che erano in atto in molte parti dell’area centrale. Attualmente i processi di rigenerazione urbana sembrano piuttosto fermi, la stessa amministrazione comunale, rinnovata nel 2007 e poi successivamente nel 2012, ha voluto segnare, in termini di politiche e di interventi, una “discontinuità” rispetto agli anni precedenti: si ha la netta sensazione che la stagione dei “grandi eventi” sia difficilmente replicabile in termini di efficacia delle realizzazioni nel campo delle trasformazioni urbane.

La città di Torino, invece, ha preso come riferimento Barcellona, dapprima nel percorso di pianificazione strategica per darsi una nuova vision per il futuro, identificando nuove direzioni di sviluppo, e, successivamente, come riferimento importante per la gestione di un grande evento olimpico. La città ha scelto di considerare le Olimpiadi Invernali del 2006 un evento strategico per tutto il territorio locale, non solo in ambito urbano, e ha distribuito le opere in modo policentrico nel contesto metropolitano, realizzando scenari di sviluppo che in parte erano stati previsti dal Piano Regolatore Generale, ma che, in alcuni casi, non erano stati ancora completamente delineati (Gastaldi, 2009).

La comunità locale, direttamente coinvolta nell’organizzazione del grande evento, accanto ad alcuni effetti positivi immediatamente tangibili in termini di miglioramento dell’immagine, realizzazione di opere pubbliche e manutenzione urbana, ne ha ricevuti altri che si sono manifestati soltanto in forma potenziale. La governance del periodo successivo ai giochi si è rivelata solo parzialmente all’altezza dell’importante patrimonio, materiale ed immateriale, lasciato dall’esperienza olimpica, con una carenza di progetti chiari riguardo alle destinazioni d’uso di tale eredità. Inoltre il deficit emerso nei conti del Comitato Organizzatore ha portato ad una difficoltà permanente da parte della Fondazione post-olimpica di operare a pieno regime per la riconversione di opere e immobili.

A Milano l’Expo 2015 ha innescato un dialogo per implementare una nuova forza propulsiva di rinnovamento urbano per grandi progetti di trasformazione. La manifestazione è considerata unoccasione irripetibile per nuovi processi di sviluppo turistico ed economico della città e dell’Italia, ma attualmente la preoccupazione principale riguarda le modalità e il processo di riconversione dell’area espositiva. L’inadeguatezza del bando per lo sviluppo del sito a conclusione del grande evento ha messo in luce l’assenza di condizioni di base, soprattutto economiche, per una soluzione di carattere immobiliare, quale quella prefigurata dall’Accordo di programma del 2008 e del Masterplan del 2013. Nel periodo post-evento si dovrà tener conto della necessità di affrontare la trasformazione con una visione interscalare e di scala sovralocale. Questo al fine di promuovere una nuova centralità, in un sistema di luoghi ben accessibili da una rete efficiente d’infrastrutture, in relazione con il contesto locale, lavorando sulla qualità della progettazione urbana, architettonica e delle connessioni attraverso lo spazio pubblico (Morandi, 2015). Un approccio che, per attuarsi, deve essere accompagnato e sostenuto da una regia pubblica, che segua tutte le fasi del processo di stesura del piano urbanistico definitivo, per generare e accogliere quelle esternalità diffuse che possono dare piena valorizzazione al sito.


  1. Spagna: Barcellona, Siviglia, Saragozza e Valencia

In Spagna i grandi eventi hanno attuato incisive trasformazioni delle principali città, ma anche in questo caso le ricadute non sono state sempre positive nel periodo posteriore agli eventi (Iglesias et. al., 2011; Del Romero Renau, 2012; Díaz Orueta, 2012).

A Barcellona, le Olimpiadi del 1992 hanno costituito un volano in grado di attivare processi stabili di sviluppo e trasformazione urbana. La città è stata in grado di ri-definire la propria immagine soprattutto a livello internazionale e di promuovere molte potenzialità locali. Questo grande evento è stato colto come un’opportunità per sperimentare un nuovo stile di politiche pubbliche, forme innovative di coordinamento tra diversi attori – istituzionali e non –, partnership pubblico-privato, forme di partecipazione sulle scelte fondamentali di governo del territorio. Visto il successo ottenuto, si è tentato di contribuire a consolidare il processo di rigenerazione urbana e l’immagine della “marca Bcn” a livello internazionale mediante un altro grande evento,: il Forum delle Culture del 2004 (Álvarez, Montaner, Muxí, 2012). In stretta connessione con le previsioni dell’innovativo piano urbansitico 22@, l’evento è servito per innescare una profonda riforma urbana nell’antico quartiere industriale del Poblenou, con il prolungamento dell’avinguda Diagonal in prossimità della foce del Besòs, in un’area di 30 ettari che non era stata interessata dalle precedenti trasformazioni del 1992.
A fronte di attuazioni urbanistiche “spettacolari” – oltre che della promozione di una moltitudine di eventi per la cultura, i congressi, il tempo libero, alcune attrezzature per ospitare mostre ed eventi –, non è stato creato un dialogo tra le nuove costruzioni e la memoria collettiva propria dell’antico quartiere industriale, e non si è neppure raggiunto l’obiettivo di convertire la zona in uno spazio d’incontro e socializzazione per la popolazione. Tutto ciò ha contribuito ad alimentare le proteste da parte dei residenti per gli effetti dell’esito internazionale del “modello Barcellona”, tra cui la massificazione del turismo e l’aumento del costo della vita. Inoltre, molte critiche sono state mosse per la mancata attuazione di interventi atti a risolvere i gravi conflitti sociali, i fenomeni di esclusione e di delinquenza del vicino quartiere “La Mina”.

A partire dalla fine degli anni Ottanta, Siviglia ha avviato una riflessione sulla sua identità e sul suo ruolo nella Spagna post-franchista e ha utilizzato l’Esposizione universale del 1992 come occasione per darsi un nuovo sviluppo urbano, implementando le previsioni in un quadro urbanistico ben definito. Ne sono esempio la riqualificazione dell’isola di Cartugia, gli ambiti prossimi al fiume Guadalquivir, e l’implementazione di grandi opere infrastrutturali concepite negli anni precedenti. Tuttavia, nel periodo successivo all’Expo la città non è riuscita a capitalizzare in modo positivo il grande evento: l’aspetto più critico di tale gestione è stato il ritardo nell’attuazione del piano di riutilizzo delle strutture e dei padiglioni, in gran parte demoliti o attualmente in uno stato di abbandono e sottoutilizzo.
Nonostante una maggiore dotazione infrastrutturale e un riposizionamento economico della città andalusa, l’esposizione del 1992 ha comportato un forte investimento pubblico i cui effetti sociali ed economici nel lungo periodo non hanno portato ai risultati previsti, soprattutto per una poco accurata gestione a monte del processo di riutilizzo delle aree espositive e i crescenti problemi di mobilità all’interno dell’isola di Cartugia.

Una risorsa chiave nella trasformazione della città di Saragozza è stata l’organizzazione dell’Esposizione Internazionale Expo 2008 “Acqua e Sviluppo Sostenibile”, realizzata in un’area di 25 ettari al di fuori dell’area urbana, in un’ampia ansa del fiume Ebro. L’esposizione è stata colta come un’occasione di potenziamento infrastrutturale e di marketing urbano su scala mondiale, contribuendo a potenziarne il ruolo nel contesto spagnolo (De Miguel, 2005).

Sull’esempio della città di Barcellona, l’interesse per convertire Saragozza in una “città-marca”, nonché aumentare il turismo nazionale e internazionale e fungere da polo attrattore d’imprese del settore terziario è stato posto in primo piano rispetto ad altri criteri, tra cui costi elevati, contenuto banale dell’esposizione e polemiche sulla gestione dell’ambiente naturale e del patrimonio culturale. La gestione del recinto espositivo dopo la fine della manifestazione è stata una delle grandi preoccupazioni degli organizzatori, visto il fallimento di Siviglia (Lecardane, 2013). La crisi economica del settore pubblico spagnolo ha contribuito alla paralisi delle operazioni di vendita delle strutture espositive, alimentando numerose critiche sull’eredità dell’evento. L’Expo ha comunque promosso l’avvio di una visione strategica condivisa di Saragozza che ha reso imprescindibile il rapporto tra il fiume e la riqualificazione urbana.

Con le edizioni 2007 e 2010 della Coppa America di vela, la città di Valencia ha beneficiato di un ampio programma dinterventi straordinari che hanno portato alla trasformazione del fronte marittimo con una serie di attrezzature pensate per il turismo nautico ad alto potere di acquisto e che hanno portato alla privatizzazione di spazi pubblici ed emblematici del porto antico (Cucó i Giner, 2013). I finanziamenti messi in campo dal settore pubblico non hanno rappresentato una risposta a problemi locali – soprattutto di natura socio-economica nei quartieri di Cabanyal e Malvarossa – presenti da tempo nell’agenda dei decisori pubblici (Gaja i Díaz, 2013). Sebbene una forte opposizione della popolazione residente, la successiva strategia di riconversione delle strutture si è basata su un nuovo stanziamento pubblico per attrarre ulteriori eventi sportivi di carattere internazionale – attinenti sia al mondo della vela sia all’annuale Gran Premio di Formula 1 –, in relazione ad alcune operazioni immobiliari di carattere speculativo. Di fatto, oggi la città sta ancora sostenendo le conseguenze di tale ingente onere finanziario.

  1. Conclusioni

La letteratura sui grandi eventi (ad esempio: Essex, Chalkley, 1998; Roche, 2000; Bobbio-Guala, 2002; Garcia, 2004; Segre-Scamuzzi, 2004; Gambino-Mondini-Peano, 2005; Hiller, 2006; Guala, 2007; Clark, 2008; Trifiletti, 2008; Bain, 2009; Vitellio, 2009; Di Vita, 2010) ha da tempo richiamato l’attenzione degli operatori di politiche pubbliche sull’importanza che questi rivestono per le economie locali. Il valore dei grandi eventi, infatti, non si limita alle manifestazioni in quanto tali, ma deriva dalla loro caratteristica di costituire un volano in grado di attivare processi stabili di sviluppo, trasformazione e rigenerazione urbana. L’evento ha di solito una funzione decisiva nel favorire l’innesco di meccanismi latenti o inerziali, sbloccando finanziamenti, accelerando procedimenti burocratici e - più in generale - incrementando la capacità istituzionale. Inoltre, si tratta di occasioni straordinarie per (ri)definire l’immagine e promuovere potenzialità e nuovi processi di sviluppo locale.
In un quadro di globalizzazione in cui le risorse per lo sviluppo (imprese, capitali, persone) possono facilmente spostarsi da un luogo all’altro, diviene necessario che le realtà urbane sappiano mettere in atto forme di coesione sociale e visioni strategiche condivise ed efficaci. L’eredità del grande evento può essere valutata secondo molti aspetti, sia fisico-territoriali (impianti, spazi per l’accoglienza, trasformazioni urbane, ricadute occupazionali ed economiche), sia immateriali (l’immagine, la notorietà urbana, la visibilità internazionale, la diffusione di valori sportivi, culturali ecc., la capacità di governo locale) che, nell’insieme, possono produrre effetti in grado di modificare l’assetto degli spazi e d’influire sul sistema socioeconomico delle comunità, arricchendo atteggiamenti e aspettative della popolazione.
La preoccupazione maggiore, alla base dei grandi eventi sembra quella di non perdere occasioni, di saper velocizzare i tempi della trasformazione, sia in senso fisico che in senso organizzativo, per adeguarsi ai cambiamenti in atto e dindividuare le politiche e gli interventi più opportuni che permettano alle diverse città di “stare al passo con i tempi”, ma queste dinamiche non sono esenti da rischi e pericoli. Dopo il caso delle Olimpiadi di Atene del 2004 (che sono state una delle concause della crisi economico-finanziaria greca), nelle realtà urbane del mondo occidentale, i grandi eventi sembrano aver esaurito gran parte di quella forza propulsiva di rinnovamento urbano per rilevanti progetti di trasformazione, che a lungo ha alimentato le retoriche con cui si ricercavano, si costruivano e si accompagnavano queste opportunità.

I processi di riassetto urbano innescati dai grandi eventi hanno aumentano la competizione internazionale di alcune realtà italiane e spagnole. Le città si sono preparate alle manifestazioni con la consapevolezza di trovarsi di fronte a un’opportunità probabilmente irripetibile: al grande evento è stato comunemente assegnato il ruolo di catalizzatore e acceleratore di risorse – soprattutto finanziarie e progettuali – per programmi da realizzare con una chiara definizione del tempo e dello spazio di realizzazione. A tale compattezza del tempo e dello spazio dell’evento, si contrappone la tendenza a esportarne gli effetti al di fuori del sito e a dilatarli nel tempo: non sempre i casi di governance nel periodo successivo ai grandi eventi si sono rivelati all’altezza dell’indiscusso patrimonio, materiale e immateriale, ereditato.
Gli esiti di breve e di lungo periodo rappresentano un binomio fondamentale per la lettura delle esperienze italiane e spagnole, anche per riflettere in merito a quale modello gestionale possa essere utile per futuri casi legati a eventi di livello internazionale, come l’eredità dell’Expo 2015 di Milano in un contesto di crisi economica.



Riferimenti bibliografici

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[1] Il lavoro è stato impostato e svolto in collaborazione dai due autori, in tale ambito sono comunque attribuibili a Francesco Gastaldi i paragrafi 1 e 4 e a Federico Camerin i paragrafi 2 e 3.

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