a cura di Sonia Zarino (architetto, urbanista)

giovedì 17 gennaio 2013

Le aree urbane in Italia (1988)



Le aree urbane in Italia [1]

di Domenico Cecchini

  
Scopo della presente nota è offrire al lettore i risultati della prima fase delle ricerche sulle recenti tendenze della urbanizzazione in Italia in corso presso la SVIMEZ. Parte di essi è stata già descritta nell'ultimo capitolo del Rapporto 1987 sull'economia del Mezzogiorno; qui si presenta, a integrazione di quel testo, il quadro nazionale delle aree urbane cosí come emerge, nella sua articolazione comunale, dalle elaborazioni svolte.

Nella seconda fase la ricerca sarà dedicata oltre che all’analisi dinamica della struttura e delle caratteristiche socioprofessionali della popolazione urbana, allo studio delle specializzazioni funzionali delle aree urbane e dei processi di conversione delle loro basi economiche.

La nuova attenzione con la quale, da diverse sedi, si guarda oggi ai problemi connessi alle trasformazioni urbane in corso e soprattutto a quello ‑ certo non nuovo ma forse oggi piú maturo ‑ dell'avvio di una vera e propria politica urbana in Italia, suggerisce alcune riflessioni in ordine al significato che essa potrebbe avere per lo sviluppo del Mezzogiorno.

Nel primo paragrafo, quindi, si collocano tali riflessioni entro il quadro, per molti aspetti di grande interesse, offerto dalle esperienze recenti di paesi che sperimentano da oltre un trentennio politiche di questo tipo; nel secondo paragrafo si discutono i criteri utilizzati per la delimítazione delle aree urbane, delle quali si dà, nel terzo paragrafo, l'elenco dettagliato dei singoli comuni che le compongono.





1.  Alcuni aspetti delle nuove politiche urbane in Europa



In molti paesi europei il nuovo ciclo delle trasformazioni urbane [2] ha stimolato l'avvio di nuove politiche urbane di livello nazionale o la riformulazione di politiche già in essere, ovvero una combinazione di entrambi gli approcci.

E’ ben noto che politiche urbane esplicite erano state già avviate in alcuni di quei paesi, e segnatamente in Gran Bretagna, in Francia, nella Repubblica Federale Tedesca e in Olanda, già negli anni 50 (in Gran Bretagna ancor prima) e si erano poi sviluppate nel corso dei due decenni successivi.

In un panorama allora fortemente connotato dal prevalere delle forze centripete e agglomerative nelle dinamiche localizzative e quindi da ritmi molto intensi di crescita urbana e suburbana, di norma tanto più rapidi quanto maggiore era la dimensione delle città, tali politiche erano sostanzialmente orientate al «riequilibrio» delle armature insediative, a fronteggiare la domanda rapidamente crescente di abitazioni e di pubblici servizi, a ridurre la congestione degli spazi e la sovrautilizzazione delle infrastrutture urbane. Seppure con forti diversità di contenuti e di strumenti esse prevedevano fra le azioni principali: a) la creazione di vere e proprie villes nouvelles o new towns (Francia e Gran Bretagna) o il rafforzamento di centri urbani di livello regionale (le «métropoles d'équilibre») che mitigassero le tendenze centripete e polarizzanti; ovvero la realizzazione di nuovi quartíeri decentrati ed autonomi (come in Germania e in Olanda) che consentissero una crescita policentrica e meno compatta delle agglomerazioni urbane; b) il deciso rilancio di programmi pubblici per la costruzione di alloggi destinati soprattutto alle classi di minor reddito e alla domanda generata dai flussi intensi di immigrazíone urbana; c) il sostegno alla realizzazione, o all'ampliamento, di “distretti degli affari» ‑ basti ricordare la Défense a Parigi ‑ collocati al centro delle maggiori aree urbane, che offrissero spazi ed attrezzature adeguate alla crescente qualificazione terziaria delle loro basi economiche; d) un energico impegno nel rinnovo e nell'ampliamento delle reti di trasporto urbano, soprattutto in sede propria, funzionalmente interconnesse alle maggiori reti interurbane: in una migliore accessibilítà interurbana si individuava, fra l'altro, un importante strumento di decongestione e decentramento dei maggiori poli metropolitani. Dalla seconda metà degli anni 70 il mutato clima economico, i vincoli di spesa insorti per la maggior parte delle amministrazioni urbane, ma soprattutto la progressiva percezione dei radicali mutamenti in corso nei processi di urbanizzazione (mutamenti di cui l'arresto della crescita demografica delle grandi città ha rappresentato solo il sintomo piú evidente) e del nuovo ruolo che le città europee sono chiamate a svolgere nello sviluppo economico (ruolo di cui i fenomeni di conversione funzionale delle loro basi economiche costituiscono la prima e talvolta sconvolgente manifestazione) hanno dato luogo ad una generale «messa in discussione» degli obiettivi, degli stru­menti e dei contenuti delle politiche urbane [3].

E’, questa «messa in discussione», un fenomeno complesso, estremamente articolato, le cui modalità ed i cui primi esiti appaiono molto differenziati non solo tra i diversi paesi, ma, al loro interno, tra le diverse regioni ed amministrazioni urbane. E’ anche, indubbiamente, fenomeno di grande rilievo ed interesse: rappresenta il laboratorio entro il quale possono definirsi i termini con cui le città europee, ed in specie le maggiori, affrontano la competizione imposta dalla nuova fase del progresso tecnico «per divenire i centri della conoscenza tecnico - organizzativa, della produzione e distribuzione delle informazioni e della comunicazione, e attraverso ciò i protagonisti del futuro sviluppo del sistema industriale mondiale» [4].

Naturalmente l'esame di un fenomeno di tale rilievo culturale ed operativo, esula dai limiti della presente nota; è però utile ricordare alcune caratteristiche generali delle nuove politiche. cosí come esse emergono da una prima, sommaria considerazione.

In primo luogo può riscontrarsi la generale convinzione della inefficacia di interventi rigidamente monosettoriali e di approcci esclusivamente fondati su iniziative di trasformazione fisica: il carattere intrinsecamente sistemico della realtà urbana, e quindi la necessità di azioni contestualmente finalizzate a modificare le strutture fisiche, a gestirle con efficienza e manutenerle in modo costante, a rivitalizzare i tessuti economici e le attività produttive locali, impongono programmi plurisettoriali in grado di perseguire sistemi complessi di obiettivi fisici, occupazionali, sociali, culturali, ambientali attraverso strumenti e forme di gestione, di controllo e verifica degli esiti (monitoraggio) altrettanto complessi ed articolati. L'accento si sposta dalla pura realizzazione delle opere ‑ caratteristica della fase precedente ‑ alle modalità organizzative ed operative di programmazione, di concertazione e soprattutto di gestione [5].

In questo quadro si pongono rilevanti problemi di coordinamento tra politiche urbane «esplicite» e politiche settoriali (fondiarie, dei trasporti, localizzative, ecc.) che pure determinano impatti decisivi sulla realtà urbana. E si pongono anche notevoli problemi di governo di quella partnership tra soggetti privati e pubblici che sempre piú si manifesta come condizione necessaria, ma non sufficiente, per la efficace attuazione di interventi altamente complessi. Emerge inoltre una notevole diversifícazione nelle esperienze di gestione dei rapporti tra Amministrazioni Centrali, Amministrazioni Locali ed Imprese che costituisce uno dei nodi centrali delle politiche urbane: a conferma del fatto che l'attuazione di queste ultime non postula un modello unico di governo urbano o metropolitano [6].

In secondo luogo si consolida la preminenza dei programmi di recupero e riqualificazione urbana in senso lato, che naturalmente si differenziano largamente in adesione ai diversi modelli di sviluppo urbano nelle specifiche realtà regionali e nazionali, e che in molti casi assumono un peso finanziario e un'enfasi programmatica superiori a quelli delle politiche per le «città nuove» tipiche della fase precedente. Le diversità di strumenti utilizzati, di procedure e contenuti, e prima ancora di «filosofie», che si riscontrano, ad esempio, tra la Inner City Policy avviata in Inghilterra dal 1978, i programmi regionali di rivitalizzazione urbana nella RFT e le politiche nazionali francesi [7] rendono difficile individuare delle «costanti» ed arduo, ancorché auspicabile, l'esercizio della comparazione.

Sono però anche qui riconoscibili alcune caratteristiche comuni ai diversi programmi; tra queste possono sicuramente essere incluse la multisettorialità degli interventi previsti, la ampia sperimentazione di forme nuove di gestione e la mobilità entro i singoli contesti urbani, ma anche alla scala interurbana, delle funzioni, delle destinazioni d'uso, delle utenze che i programmi stessi postulano.

Né potrebbe essere altrimenti: i mutamenti in corso nelle principali componenti delle basi economiche urbane ‑ con tutta probabilità destinati a proseguire, anche nel prossimo futuro [8]‑ la accresciuta competizione interurbana per l'acquisizione di funzioni ed attività innovative e la riformulazione delle gerarchie urbane che essa comporta esigono una maggiore mobilità spaziale delle componenti fisiche, economiche e sociali che hanno finora definito i diversi tessuti urbani. Ciò naturalmente dà luogo ‑ come gli osservatori piú attenti vanno da tempo rilevando ‑ a nuove contraddizioni e conflitti entro lo spazio urbano: ma è proprio nel loro governo secondo finalità sociali e di sviluppo ‑ non nella loro rimozione ‑ che può verificarsi l'efficacia delle nuove politiche urbane.

E’ appunto nell'ambito della creazione di condizioni ambientali favorevoli allo sviluppo delle nuove funzioni urbane e metropolitane (il nuovo milieu industriel ) [9]che si riscontra un terzo connotato generale delle politiche: il sostegno e l'impulso alla realizzazione di strutture e spazi attrezzati per l'esercizio delle attività di ricerca, consulenza, progettazione, programmazione e direzione che sempre piú si confermano come i segmenti trainanti dello sviluppo di quelle nuove funzioni, e che richiedono una elevata integrazione reciproca: si va dal riutilizzo plurisettoriale di aree centrali o semicentrali un tempo destinate a produzioni manifatturiere o ad attività di stockaggio e movimentazione oggi dismesse, alla realizzazione in aree periurbane di parchi scientifici, tecnologici, di centri di eccellenza, di tecnopoli, alla progettazione di «assi terziari» che proiettano le funzioni un tempo localizzate nel Central Business Districts sull'íntero territorio metropolitano [10].

Anche in questo caso la gamma degli interventi è estremamente ampia e differenziata ed il loro avvio relativamente recente rende difficile una valutazione comparata di efficacia: sembra però già ora evidente che la significatività dei risultati in larga misura dipenda dalla integrazione sia spaziale che funzionale tra le tre «reti» di riferimento essenziali per questi tipi di interventi e cioè la rete delle istituzioni e dei centri di ricerca, quella delle industrie nnovative e della imprenditorialità e quella delle amministrazioni locali [11]. Cosí come appare evidente che, nella grande maggioranza dei casi, la localizzazione e le caratteristiche tecnicofunzionali degli interventi tendono ad aprire verso l'esterno gli spazi e le relazioni un tempo concentrati nei cores delle maggiori aree urbane e nei CentralBusiness Districts ed a proiettarle in ambiti periurbaní ed interurbani, senza tuttavia rinunciare ad una sorta di «prossimità allargata» ‑ resa possibile dalla díffusione delle nuove tecnologie informatiche ‑ con i maggiori centri urbani e con la loro offerta di strutture ed occasioni di ricerca, di cultura, di innovazione e trasformazione.

Ora, i connotati delle nuove politiche urbane sommariamente ricordati non sono estranei ai temi presenti nel dibattito che da qualche tempo si è avviato anche nel nostro paese sul nuovo ciclo urbano e sulle azioni che sarebbero necessarie per sostenere in alcune città e aree urbane, avviare in altre, la transizione verso assetti piú coerenti alle nuove esigenze dello sviluppo; ed anche per rendere piú spedita ed efficace la attuazione di quegli interventi, sia ordinari che straordinari, che, per le caratteristiche di alta densità insediativa e forte interconnessione funzionale dei territori in cui ricadono, risultano particolarmente complessi.

Si tratta però di un dibattito che, seppur ricco di episodi signifícativi e di nuove presenze [12] è ancora frammentario, con esiti culturali ed operativi incerti e, soprattutto, cui stenta a far seguito una iniziativa pubblica organica: una iniziativa, cioè, in grado di delineare una politica urbana nazionale adeguata all'entità, alla complessità, ed anche all'urgenza dei problemi che quella transizione pone.

Non può non menzionarsi, in proposito, la recente nomina, per la prima volta in Italia, di un Ministro per le aree urbane. Indubbiamente si è voluto con essa rimarcare la dimensione nazionale che una politica urbana dovrebbe necessariamente avere. Dimensione resa necessaría soprattutto dalle notevoli diversità con cui le singole realtà urbane, e le loro amministrazioni, hanno reagito alle trasformazioni imposte dal nuovo ciclo e quindi dalla diversa natura ed entità dei problemi di intervento che esse pongono. In effetti solo una dimensione nazionale e quindi una valutazione attenta e costantemente aggiornata della natura e dell'ampiezza di tali diversità, e dei problemi che di volta in volta esse pongono, consentirebbe di orientare gli interventi al fine di ridurre i costi della modernizzazione urbana e massimizzarne i benefici per l'ititera collettività nazionale.

Ora, ed è questo il punto essenziale, i divari di gran lunga piú rilevanti, e gravi, sussistono ancor oggi tra la realtà urbana ed i sistemi urbani centro - settentrionali. Certo, lo stesso Mezzogiorno urbano appare largamente differenziato al suo interno ed i problemi che si pongono, ad esempio, per il riordino dell'area urbana di Bari ed un suo piú equilibrato sviluppo non possono che essere molto diversi da quelli dell'area metropolitana di Napoli, che da sola raccoglie oltre un quinto della popolazione e quasi un terzo dell'apparato industriale manifatturiero del Mezzogiorno, o da quelli del recupero, della riqualificazione e della integrazione con il territorio regionale, delle città calabresi.

Cionondimeno sembra inconfutabile, alla luce non solo della osservazione quantitativa e statistica, ma della stessa esperienza quotidiana, che sotto molti ed essenziali profili sono le città e le aree urbane meridionali nel loro insieme a mostrare oggi i sintomi piú gravi di distacco dai processi di modernizzazione, di adeguamento delle condizioni urbanistiche ed ambientali, di integrazione con i rispettivi territori regionali che, seppure con modalità e ritmi diversi, si vanno affermando in molte aree urbane centro - settentrionali ed europee.

Su tale crescente distacco, sulle sue principali caratteristiche quantitative e qualitative e sui rischi che esso comporta, la SVIMEZ è tornata anche di recente, e con insistenza [13]; sul fatto che al suo progressivo superamento dovrebbe essere anzitutto finalizzata una politica urbana nazionale sembrano ora convergere autorevoli opinioni e risultati di indagini diverse [14].

Se il sistema urbano nella sua complessiva articolazione costitui­sce, oggi forse píú di ieri, la principale infrastruttura per lo sviluppo non v'è dubbio che è dalla carenza e dalla debolezza di questa «infra­struttura» che il Mezzogiorno è particolarmente penalizzato, e che il suo territorio rischia ulteriori perdite di competitività.





2. Definizioni e criteri di delimitazione delle aree urbane



Le discipline territoriali hanno finora elaborato diversi criteri e metodologie per la delimitazione delle aree urbane: essi possono caratterizzarsi sia in relazione al «punto di vista» secondo il quale si considera l'area (che potrà essere di volta in volta prevalentemente fisico - geografica, o politico . amministrativa, o economico - funzionale) sia in relazione alla specifica finalità rispetto alla quale ci si propone di delimitare l'area (che potrà essere amministrativa, pianificatoria, o di gestione di specifici servizi o interventi, ovvero analitico - conoscitiva) [15].

E’ al punto di vista economico - funzionale che la SVIMEz ha fatto riferimento fin dalle sue prime ricerche sullo «sviluppo metropolitano» condotte alla fine degli anni 60, ed è ancora oggi a quel punto di vista che conviene riferirsi. Piú di altri esso consente di perseguire la finalità, comune alle ricerche di allora e a quelle in corso, di valutare analiticamente l'entità, le caratteristiche strutturali e le tendenze dei problemi della urbanizzazione nelle regioni meridionali e di verificarne le eventuali diversità rispetto alle altre regioni del paese [16]

Secondo tale punto di vista i termini di «città», «città centrale», «area urbana», «area metropolitana» acquistano, pur nel diversificarsi delle tipologie reali, significati ormai consolidati che conviene brevemente ricordare.

Se, secondo la comune accezione, «città» è una porzione di territorio ad alta densità insediativa, caratterizzata da una edificazione intensa e compatta, senza effettive soluzioni di continuità, di norma estesasi, nel corso del primo «ciclo» della urbanizzazione industriale, attorno ad un centro storico preesistente, in termini economico - funzionali essa,è soprattutto il luogo nodale delle reti di relazioni ove si concentrano gli scambi e si polarizzano i flussi di persone, di beni e di messaggi: è quindi il luogo ove si costituiscono le maggiori convenienze per la localizzazione delle attività, ad alto valore aggiunto, connesse a funzioni direzionali, di gestione e di rappresentanza che di quegli scambi e di quei flussi piú largamente beneficiano.

L'«area urbana» è di norma costituita da un territorio piú ampio, la cui densità insediativa permane piuttosto elevata, ma che può presentare soluzioni di continuità della edificazione, e al cui interno sono localizzate, in modo commisto o comunque a breve distanza reciproca, residenze, attività industriali, manifatturiere in particolare, commerciali e di servizio in un sistema fortemente integrato di produzione, di distribuzione e di consumo. L'«area urbana» rappresenta dunque l'estensione produttiva e residenziale della «città» nei territori a essa limitrofi. Le città intorno alle quali si è andata formando un'area urbana, essenzialmente nel corso del secondo «ciclo» di urbanizzazione, sono usualmente indicate come «città centrali».

Con il termine «area metropolitana», si intende un sistema economico, funzionale piú che una unità insediativa demografico - edilizia; esso può includere anche diverse «cíttà» e «aree urbane». Ciò che importa nella individuazione di un'area metropolitana, le cui dimensioni sia territoriali che demografiche e funzíonali sono comunque molto píú ampie di quelle dell'«area urbana», non è la continuità della edificazione, la quale può risultare interrotta da territori anche ampi, a destinazione agricola o liberi, quanto la presenza di rapporti funzionali, di interrelazioni e di scambi fra le diverse attività e funzioni insediate nel suo ambito. I confini fisici di un'area metropolitana appaiono dunque piú sfumati di quelli della «città» e anche dell'«area urbana»; cionondimeno essi sono approssimativamente definibili attraverso opportuni indicatori.

E’ all'approccio economico - funzionale che devono attribuirsi, come è ben noto, le esperienze piú significative di definizione e delimitazione delle aree urbane e metropolitane. Di tali esperienze, due costituiscono ancor oggi un riferimento obbligato.

La prima, avviata negli USA fin dagli anni 50, ha consentito di mettere a punto un insieme di criteri che utilizzano congiuntamente indicatori di dimensione assoluta (soglia demografica minima di 50.000 abitanti per le «città centrali») di densità territoriale (delle residenze e della occupazione) e di integrazione economico - sociale tra la città centrale e le unità territoriali circostanti. Val la pena di ricordare che, attraverso successivi affinamenti, compiuti dall'Ufficio di Censimento degli USA, le aree cosí delimitate, e denominate prima Standard Metropolitan Areas (SMA, 1950) poi Standard Metropolitan Statistical Areas (SMSA, dal 1960), costituiscono da oltre trenta anni unità territoriali inserite nei Censimenti nazionali; e che, per tener conto della crescita e diffusione urbana, e dei processi di saldatura tra diverse aree urbane, negli anni 70 è stata introdotta una ulteriore aggregazione territoriale, la Standard Consolidated Statistical Area (SCSA) che è costituita dalla aggregazione di due o Piú SMSA contigue [17].

La seconda esperienza, avviata alla fine degli anni 60 in Inghilterra, si è svolta soprattutto attorno ad una idea di area urbana come «spazio autocontenuto», come territorio cioè entro il quale si svolgono i movimenti pendolari e le relazioni a carattere giornaliero (Daily Urban System). Essa ha dato luogo ad un insieme di criteri essenzialmente fondati su indicatori della intensità degli spostamenti per motivi di lavoro tra la città centrale e le unità territoriali circostanti.

Tali criteri hanno consentito, attraverso successivi approfondimenti, di suddividere l'intero territorio nazionale in «Regioni Funzionali» e di delimitare, attraverso di esse, le aree urbane, in stretta correlazione con i mercati del lavoro locali. Le aree cosí individuate sono state largamente utilizzate nelle indagini finalizzate alla formulazione di politiche urbane ‑ sia nazionali che regionali ‑ e di politiche del lavoro [18].

Nel corso dei primi anni 80 alcune importanti ricerche comparative a scala europea [19], pur riferendosi alle due esperienze ricordate, ed in particolare utilizzando il concetto di area urbana come entità territoriale costituita da una ‑ o piú ‑ città centrali (core) e da una corona periferica (ring) ad essa funzionalmente integrata, hanno utilizzato aggregati territoriali (Functional Urban Areas) delimitati secondo criteri meno univoci, che consentissero però di tener conto delle esperíenze e degli indicatori utilizzati in ciascun paese.

Anche in Italia, ove purtroppo non si è ancora pervenuti ad una utilizzazione censuaria di entità territoriali di tipo urbano o metropolitano, utilizzazione che pure avrebbe effetti positivi sia ai fini conoscitivi che di predisposizione di politiche, alcune ricerche recenti hanno fornito contributi utili in materia. In particolare un gruppo di lavoro congiunto ISTAT‑IRPET (Istituto Regionale per la Programmazione Economica della Toscana) ha reso noti, nel dicembre 1986, i risultati di un vasto lavoro di elaborazione dei dati sub - comunali (sezioni di censimento) dei censimenti 1981 della popolazione e dell'industria e commercio; tale elaborazione, fondata essenzialmente sulla analisi degli spostamenti giornalieri per lavoro disponibili per la prima volta in Italia attraverso il Censimento 1981 della popolazione, ha dato luogo ad una prima individuazione di 955 «sistemi locali del lavoro» in cui può essere suddiviso l'intero territorio nazionale e delle 177 «regioni funzionali del lavoro» in cui essi sono aggregabili [20].

Al problema della delimitazione delle aree urbane in Italia la SVIMEZ aveva dato un contributo fin dalla ricordata indagine sullo sviluppo metropolitano [21] mettendo a punto un criterio che, pur riferendosi alle esperienze internazionali piú consolidate, teneva conto delle specifiche caratteristiche dei processi di urbanizzazione nel nostro paese e della disponibilità di dati statistici sufficientemente disaggregati.

Secondo tale criterio venivano considerate aree urbane quei comuni, o insieme di comuni contigui, che, oltre a superare una determinata dimensione demografica (100.000 abitanti.residenti) raggiungessero una dimensione e una densità di attività extragricole (oltre 35.000 attivi rilevati dal censimento della popolazione con una densità di oltre 100 per kmq) tali da presupporre la presenza e la reciproca integrazione di funzioni urbane: cioè di quelle funzioni che richiedono una dimensione sufficiente di mercato e di economie esterne, non offerte dai centri minori. Per tener conto poi della entità e della persistenza dei fenomeni di sovrappopolazione urbana nel Mezzogiorno, in successivi aggiornamenti di quella ricerca [22] si consideravano «comuni urbani» anche quei comuni che, pur non raggiungendo quelle soglie dimensionali o di densità di attivi extragricoli presentavano una popolazione superiore a 100.000 abitanti.

Oggi, la rilevanza dei processi di decentramento produttivo e di diffusione ínsediativa verificatisi anche nel nostro paese, e le tendenze alla redistribuzione di attività e funzioni all'interno delle singole aree urbane o metropolitane, hanno suggerito di integrare tali criteri, rivelatisi comunque ancora significativi. E' parso quindi necessario introdurre, tra i criteri di delimítazione delle aree, un indicatore che consentisse di rilevare, seppur approssimativamente, gli effetti del decentramento produttivo sull'ampliamento o sulla nuova formazione delle aree urbane: che consentisse cioè di tener conto dello spostamento degli impianti di produzione nei territori «di frangia» delle aree come prima individuate, o anche al loro esterno. Si è perciò associato al criterio della densità degli attivi extragricoli, censiti nei loro luoghi di residenza, quello della densità degli addetti extragricoli ‑ cioè dei «posti di lavoro» ‑ rilevati presso le unità locali delle imprese dai censimenti industriali: ciascun comune dell'intero territorio nazionale è stato quindi valutato anche in relazione ad opportune soglie di densità dei posti di lavoro extragricoli [23] e, se con densità superiore a tali soglie, inserito nelle aree urbane o metropolitane. Quanto alla valutazione della distribuzione delle attività e funzioni all'interno delle singole aree, si sono introdotti criteri che consentono di individuare la presenza, al loro interno, di «città centrali» cioè di poli o sub - poli urbani con funzioni attrattive, o preminenti, nei confronti del resto dell'area: si sono quindi definiti come «città centrali» tutti i comuni interni alle aree urbane o metropolitane che, oltre ad avere una popolazione superiore a 50.000 abitanti soddisfano alme­no una delle seguenti condizioni: un rapporto tra posti di lavoro (addetti) e attivi extragricoli superiore a 1, ovvero superiore al valore dello stesso rapporto per l'intera area (indici di attrazione); una popolazione superiore alla metà di quella dell'intera area (indice di preminenza).

Infine, nell'esame qualitativo delle relazioni tra le aree urbane o metropolitane e il resto dei territori regionali si è tenuto conto della numerosità e della distribuzione dei centri, con una popolazione compresa tra 50.000 e 100.000 abitanti, esterni alle aree stesse.

I criteri indicati hanno naturalmente un carattere convenzionale. Essi non si propongono una esatta individuazíone dei confini delle aree urbane o metropolitane [24]: molte di esse ad un esame localmente piú approfondito, o soprattutto ad una delimitazione finalizzata ad obiettivi di diversa natura (pianificatori o di attuazione di politiche) potrebbero risultare in qualche misura diversamente configurate. I criteri adottati, tuttavia, sono risultati adeguati agli obiettivi della ricerca che, si ricorda, consistono nella analisi economica - funzionale dell'entità, delle caratteristiche, delle tendenze del fenomeno urbano in Italia e nella valutazione dei diversi problemi che esso pone nel Mezzogiorno e nel Centro‑Nord.





3. Le aree urbane al 1981



Nell'elenco in Appendice è riportata la articolazione territoriale delle aree urbane delimitate al 1981 secondo i criteri esposti nel paragrafo precedente. Per ogni area sono indicate le città centrali e gli altri comuni che di essa fanno parte, elencati per provincia di appartenenza; sono inoltre evídenziati i comuni che sono risultati inclusi nelle aree per l'espansione dei loro confini tra il 1971 e il 1981; alcuni comuni che, pur essendo inclusi nelle aree al 197 1, ne sono risultati esclusi al 1981 sono indicati tra parentesi in calce a ciascuna area.

Le 39 aree urbane individuate sono disposte nell'elerico, e nella tabella i che ne mdica le principali dimensioni territoriali, demografiche ed occupazionali, secondo tre gruppi dimensionali.

Il primo gruppo è costituito dalle massime concentrazioni urbane la cui popolazione, secondo la piú recente rilevazione anagrafica disponibíle, supera i 3 milioni di abitanti e che possono essere definite vere e proprie aree metropolitane. Si tratta anzitutto della grande area metropolitana milanese, di dimensione oramai decisamente sovraregionale, che raccoglie al 1985 oltre 7 milioni di abitanti e 670 comuni di ben 9 province; della piú compatta area di Roma, ove risiedono poco piú di 3 milioni di abitanti e che aggrega, essenzialmente a motivo della eccezionale ampiezza territoriale del suo comune centrale, solo 15 comuni; dell'area metropolitana di Napoli, di gran lunga la maggiore e piú articolata realtà urbana del Mezzogiorno, ove risiedono oltre 4 milioni di abitanti, in 166 comuni appartenenti a 4 diverse province.

Sono poi elencate le aree urbane di grande dimensione, la cui popolazione varia tra gli 1,8 milioni di abitanti della maggiore, quella torinese, ed i circa 637.000 della minore, quella di Catania: delle 11 aree urbane appartenenti a questa classe dimensionale 8 sono localizzate nel Centro‑Nord e 3 nel Mezzogiorno. Seguono infine le aree urbane definibili come di dimensione media o minore, ed i «comuni urbani»: la loro dimensione demografica è compresa tra i circa 300.000 abitanti delle maggiori (Taranto e Cagliari) e la soglia convenzionalmente assunta di 100.000 abitanti. Delle 25 aree appartenenti a que­sta classe dimensionale, 12 ricadono nel Mezzogiorno e 13 nel Centro‑Nord.

Complessivamente nelle 39 aree urbane risiedono 31,7 milioni di abitanti, pari al 55,4% della popolazione nazionale. La consistenza demografica e l'articolazione territoriale delle aree è però notevolmente diversa nelle due grandi circoscrizioni del paese.

Nel Centro‑Nord, come già si è rilevato nel Rapporto SVIMEZ 1987, la diffusione urbana ha virtualmente saldato in un unico sistema le grandi aree padane e venete, ha congiunto la direttrice emiliana a quella adriatica fino a Pescara ed ha notevolmente ampliato le aree liguri e toscane; la popolazione residente nelle 23 aree urbane del Centro‑Nord, pari a 22,9 milioni di unità, corrisponde al 63 % della sua popolazione com­plessiva su un territorio pari al 15 %, con un numero di posti di lavoro extragricolí pari al 69% del totale circoscrizionale.

Nel Mezzogiorno, ove non si sono registrati rilevanti fenomeni di saldatura fra le diverse aree urbane, che restano fra loro separate sia geograficamente che funzionalmente, la popolazione urban ' a ascende a circa 8,8 milioni di abitanti, pari al 42% della popolazione meridionale, su di un territorio pari al 6% e con un numero di posti di lavoro extragricoli pari al 51% del totale.

Differenze notevoli si riscontrano, sempre a livello aggregato, sia nella densità insediativa media delle aree, nel Mezzogiorno (1.245 ab./kmq) nettamente piú elevata rispetto al Centro‑Nord (848 ab./kmq), sia nei ritmi di crescita demografica, ancora intensi nel Mezzogiorno, ove la popolazione urbana è aumentata di 1,3 milioni di unità nel decennio 1971‑81 e di oltre 255.000 unità nel quadriennio successivo; nel Centro‑Nord invece la popolazione delle aree è addirittura diminuita in valore assoluto di quasi 100.000 unità negli anni 1982‑85.

In realtà, come si è già osservato, il sistema urbano centrosettentrionale è cresciuto, negli anni 70, essenzialmente per diffusio­ne, mentre in quello meridionale sono ancora prevalenti le tendenze alla concentrazione. Val la pena di rilevare, in proposito, che un primo risultato della introduzione dell'indice di densità territoriale dei posti di lavoro (addetti) extragricoli nel criterio di delimitazíone delle aree è consistito nella verifica della esiguità dei processi di «índustrializzazione diffusa» nel Mezzogiorno durante gli anni 70 e quindi della loro relativamente scarsa incidenza sui processi di urbanizzazione [25].



Naturalmente i dati aggregati non esprimono la complessità di sistemi e realtà urbane tra loro molto diversificate; rinviando ad altra sede, e al proseguimento della ricerca, la analisi di tale complessità sembrano per ora possibili due considerazioni di carattere generale.

La prima concerne appunto il fatto che l'universo urbano del quale si è tentata la delimitazione raccoglie al suo interno aree molto diverse per dimensioni, articolazione territoriale, caratteristiche economico - funzionali. In particolare la notevolissima estensione di quella vera e propria «regione urbana» indicata come area metropolitana milanese potrebbe sollevare alcune perplessità in ordine alla utilizzazione del criterio adottato. Esso, è stato osservato, potrebbe dar luogo a delimitazioni territoralmente troppo estese [26]. E viceversa da ritenere che proprio in casi comcome quello dell’area milanese si manifesta la utilità cono­scitiva di tale criterio: esso consente da un lato, attraverso la individuazione delle città centrali, di caratterizzare sia in termini spaziali che funzionali campi urbani molti vasti che possono in tal modo essere di­saggregati ed analizzati al proprio interno; dall'altro è proprio la utilizzazione di soglie significative e costanti nel tempo che consente di rilevare la reale dimensione dei fenomeni territoriali nella loro dinamica e di «misurare», ad esempio, la entità e gli effetti dei processi di diffusione urbana. Il fatto che le 9 «città centrali» individuabili all'interno dell'area metropolitana milanese siano collocate entro un territorio ad elevate caratteristiche urbane e di grande estensione quale quello delimitato nella indagine, è circostanza di grande rilievo sia ai fini analitici, che programmatici.

La seconda osservazione riguarda il fatto che, ferme restando lenotevoli differenziazzioni tra la realtà urbana meridionale e quella centro - settentrionale, e nonostante l'entità dei processi diffusivi che hanno interessato quest'ultima, le densità insediative medie, sia di residenze che di posti di lavoro, risultano ancora straordinariamente piú elevate nelle aree urbane, non solo com'è ovvio nelle città centrali ma anche nei ben piú vasti hinterlands (gli «altri comuni») di quanto non lo siano nel restante territorio non urbano. Il richiamo a questo dato, apparentemente banale, vuol semplicemente evitare che l'attenzione alle nuove tendenze al decentramento produttivo e residenziale metta in ombra il carattere di relativa rigidità e di permanenza «storica» tipico delle strutture insediative [27]. In effetti, non è tanto ad una generale «diluizione» delle caratteristiche urbane o metropolitane degli insediamenti che quelle tendenze sembrano dar luogo, quanto ad una estensione per contiguità e propagazione, di tali caratteristiche a porzioni sempre piú ampie di territorio. Si può ad esempio stimare che, anche a motivo del crescente consumo di suolo sia pro capite che per addetto, circa metà delle aree classificate di pianura dall'ISTAT nelle regioni del Centro‑Nord ricadono oggi all'interno delle aree urbane secondo la delimitazione SVIMEZ. Si vuole con ciò semplicemente notare che V affermarsi di modelli diffusivi e di strutture insediative di tipo reticolare, cui si è fatto anche altrove riferimento [28], non riduce né la sostanziale diversità del territorio urbano e metropolitano rispetto al tetritorio che tale non è, né rende meno necessario l'avvio di quelle politiche cui ci si è riferiti nel primo paragrafo.





[1]Le elaborazioni statistico‑informatiche necessarie per la delimitazione delle aree sono state svolte da G. Goffredo con la collaborazione di F. Ieva.



Testo pubblicato in : “Rivista economica del Mezzogiorno”, a. II, 1988, n. 1.



[2][2]  Per una sintesi delle origini strutturali del nuovo ciclo v. il testo di S. Cafiero Il ruolo delle città per lo sviluppo in questo numero della rivista. La letteratura sull'argomento è ormai molto vasta: un'ampia rassegna è in P. Cheshire, D. Hay, G. C arbonaro, Regional Policy and Urban Decline, Interim Report, Inventory of Existing Work: Final Draft, Joint Centre for Land Development Studies, Reading, novembre 1983; una bibliografia ragionata su La città e le sue scienze oggi, relativa ai lavori pubblicati tra il 1983 e il 19861 è in corso di pubblicazione a cura del FORMEZ; tra i lavori di sintesi piú recenti v. anche il saggio di R. Barras, Technical Change and The Urban Development Cycle, in «Urban Studies», vol. 24, n. 1, 1987.


[3][3] Dal 1980 un «Groupe ad hoc sur les problemes urbains» istituito dal Consiglio dell'OCDE (e successivamente trasformato in «Groupe des affaires urbaines») ha preso in esame le politiche urbane in molti paesi OCDE. I primi risultati del lavoro del gruppo, sono stati pubblicati in Les villes en mutation, Politiques et Finances (vol. 1), Le role des pouvoirs publics (vol. II), Paris, 1983. Sullo stesso tema v. anche: N.J. Ewers, J.B. Goddard, N. Matzerath, The Future ofthe Metropolis ‑ Berlin, London, Paris, New York, Economic Aspects, Berlin‑New York, Walter de Grujter, 1986, ed in particolare la parte III «Economic policy and the Metropolis»; P. Cheshire e al., Urban Problems and Regional Policies in European Comunity, European Commission, 1988, in corso di pubblicazione; R.H. Williams (a cura di), Planning in Europe, Urban and Regional Pianning in the EEC, London, George Allen and Unwin, 1984.

[4][4] N.J. Ewers e altri, The Future of tbe Metropolis, cit., pp. 1 - 2.


[5][5] Gli esempi dell'emergere di queste nuove tendenze sono naturalmente molto numerosi. Tra quelli piú significativi possono ricordarsi: l'introduzione, in Francia, dal 1981 e con maggior forza dal 1984, anno di costituzione del «Comité Interministeriel pour les Villes», di una nuova metodologia di intervento per la riqualificazione e riorganizzazione urbana, la «démarche Projet de Quartier» che prevede la programmazione e gestione di interventi molto articolati da parte di organismi misti («équipes de maitrise d'oeuvre urbaine») istituiti dalle amministrazioni locali con il contributo sia tecnico che finanziario della amministrazione statale, cui prendono parte i diversi soggetti pubblici e privati interessati agli interventi; l'avvio in Inghilterra fin dal 1978, attraverso l'Inner Urban Areas Act, e poi il Local Govemment Planning and Land Act (1980) di una gamma molto ampia di interventi per il recupero e la rivitalizzazione delle aree urbane (istituzione dell'Urban Development Grant e del Derelict Land Grant, costituzione delle Enterprise Zones, finanziamento dell'Urban Programme e delle Estate Actions, istituzione delle Urban Development Corporations ecc.) tra i quali il piú rilevante sotto il profilo dell'impegno di risorse pubbliche (Urban Programme) ha destinato, tra il 1983 e il 1987, il 36% delle risorse alle attrezzature e infrastrutture per l'industria, il 38% alla realizzazione di strutture e servizi sociali (sport, centri di assistenza e formazione ecc.), il 17% alla riqualificazione e all'ampliamento delle urbanizzazioni, il 9% al recupero abitativo; gli esiti, secondo diversi osservatori largamente positivi, del Glasgow Eastern Area Renewal Project (GEAR) che ha nella intersettorialità e nel coordinamento pubblico/privato alcuni dei motivi ispiratori essenziali; gli esiti, anch'essi valutati positivamente, dell'Action Programme avviato nel 1979 nella RFT per la regione della Ruhr, ed articolato secondo diversi, integrati e complementari sub‑programmi (v. Ministère de l'Equipement, du Logément, de l'Aménagement du Territoire et des Transports, Comité pour les villes, J.O.R.F, 1986, 1987; Department of the Envíronment, The Urban Programme: 1986, 1987; V.U. Wannop, C1ydeside in Transition, Town Planning Review, vol. 55 n. 1, 1984; e R. Leclerc, D. Draffan, The Glasgow Eastern Area Renewal Project, ibidem, vol. 55 n. 3, 1984; P. Cheshire e al., Urban Problems... cit.).


[6][6] Esemplare, sotto questo profilo, è la profonda diversità che si può riscontrare, addirit­tura entro un'unica area nazionale, tra i rapporti Governo centrale - Enti locali - operatoti stabiliti dalle Urban Development Corporations recentemente istituite in Inghilterra e nel Galles e quelli stabiliti, in Scozia, dal citato GEAR.


[7][7] Oltre ai documenti ufficiali citati nella nota 5, si veda, per un primo confronto, J. Fox Przeworski, Overview: National Govemment Responses to Structural Changes in Urban Economies in Nj. Ewers e al., The Future oftheMetropolis cit.; P.H. Cheshire e al., Urban Problems... cit., Section 8.


[8][8] Argomentano in questo senso sia analisi ormai classiche, quali quella di Stanback e Noycl­le (T.M. Stanbackjr e al., Services, The New Economy, Totowa. NJ., Allanheld‑Osmun, 1981) e di Scott (Aj. Scott, Locational Pattems and Dynamics of Industrial Activity in the Modern Metropolis, in «Urban Studies», vol. 19, n. 2, 1982), sia lavori piú recenti (v. ad es. i saggi di D. Kceble e di R.V. Knight in Nj, Ewers e al. The Future of tbe Metropolis cit.; v. anche R. Barras, Technical Change... cit.).


[9][9] Cfr. N.J. Ewers e al., The Future of the Metropolis cit., pp. 1‑10

[10][10]. Fra questi ultimi i casi senz'altro piú rilevanti sono costituiti dal programma di un «asse terziario» nella regione urbana di Parigi tra la Défense e Marne La Valleé, e dalla vasta azione di trasformazione dell'area dei Docks londinesi, gestita dalla London Docklands Development Corporation. Sulle politiche di realizzazione dei parchi scientifici e tecnologici, v., fra l'altro, gli atti del Colloque International Nouvelle Industrialisation ‑ Nouvelle Urbanisation, Tolosa, 23‑25 settembre 1987.

[11][11]V., tra i piú recenti lavori in materia, gli atti della Tavola rotonda su Les politiques d'innovation tecnologique au niveau local. Articulation des dynamiques locales aux dynamiques externes ,organizzata dal GREMI (Groupe de Récherche Européen sur les Milieux Innovateurs) a Parigi il 14‑15 dicembre 1987 ed in particolare le relazioni di: J.C. Perrin, Dynamiques Locales et dynamiques externes: étude comparative des politiques technologiques régionales; di M. Quevit, L'articulation des politiques régionales d'innovation aux programmes transnationaux de recherche et dévelopment européens, e di R. Camagni e R. Rabellotti, Rationale and guidelinesfor a research and tecnological development strategy in least favoured regions.

[12][12] Ci si riferisce alle numerose proposte e progetti di interventi, anche di rilevante dimensione formulate, nel corso dell'ultimo anno, sia da parte del sistema delle Partecipazioni statali, sia da parte di imprese private, o consorzi di imprese anche di recente costituzione.


[13][13]V., in particolare SVIMEZ: Rapporto sull'economia del Mezzogiorno 1986 e 1987; La questione meridionale nel quarantennale della SVIMEZ, Roma, 1986; D. Cecchini, Motivi ed obiettivi di un programma straordinario di intervento per il riassetto urbanistico e territoriale nel Mezzogiorno, in «Studi SVIMEZ», n. 3‑4, 1986; v. anche i risultati delle ricerche sui problemi di assetto territoriale ed urbanistico delle singole regioni meridionali in corso di pubblicazione su questa rivista (già pubblicati i saggi sulla Calabria, di A. Bianchi nel Numero unico 1987, e sulla Puglia, di D. Borri e A. Barbanente, in questo stesso numero).

[14][14] Cfr. IRER - Progetto Milano - Fondazione Agnelli, Il sistema metropolitano italiano, Milano, F. Angeli, 1987, ed in particolare l'introduzione di G. Mazzocchi, coordinatore del Progetto Milano, in cui si afferma, tra l'altro: «Si tratta in ogni caso di organizzare una politica urbana nazionale, che è oggi la condizione essenziale per realizzare ciò che Pasquale Saraceno ha definito «l'unificazione economica del paese». Il centripetal bias delle nuove tecnologie, gli effetti di polarizzazione delle componenti piú innovative dello sviluppo verso i maggiori centri metropolitani delle regioni piú avanzate, ed i conseguenti rischi di un aggravamento degli squilibri regionali - sia in termini di produttività che di píú generali «condizioni ambientali» - sono lucidamente evidenziati da R. Camagni e R. Rabellotti (GREMI, cit.) che avanzano anche alcune indicazioni sulla natura degli interventi finalizzati alla diffusione della innovazione tecnologica. Quanto al crescente divario non solo e non tanto di dotazioni fisiche ed infrastrutturali delle aree urbane meridionali rispetto al Centro - Nord, ma soprattutto di efficienza nelle gestioni dei servizi di pubblica utilità, si possono segnalare i risultati di una recente indagine svolta da SPS, che confermano le valutazioni della SVIMEZ, secondo i quali le dotazioni di verde pubblico, parcheggi, asili nido e l'efficienza dei servizi di assistenza scolastica, culturali, di smaltimento dei rifiuti solidi urbani ecc., sarebbero nettamente inferiori nelle quattro maggiori città meridionali (Napoli, Bari, Palermo e Catania) rispetto alle altre grandi città italiane (v. SPS Sistema Permanente di Servizi, 4° Rapporto sullo stato deipoteri locali - 1987, Roma, 1987).


[15][15] Una sintetica rassegna sulle metodologie di delimitazione delle aree metropolitane e sune loro recenti applicazioni a livello internazionale è in P. Hall e D. Hay, Growth Centers in the European Urban System, London, Heinemann Educational Books, 1980. In Italia i problemi connessi ai diversi criteri di delimitazione sono stati ampiamente discussi in U. Marchese, Aree metropolitane e nuove unità territoriali in Italia, Genova, ECIG, 1981.


[16][16]Una valutazione aggiornata della efficacia dell'approccio economico - funzionale è in Roger D. Clark, John P. Roche, Functional Typologies of Metropolitan Areas: An Examination of Their Usefulness, in «Urban Studies», vol. 21, n. 1, febbraio 1984.


[17][17] Cfr. C.P. Kaplan, T.L. Van Valey, Census 80: Continuing the Factfinder Tradition, Washington U.S. Department of Commerce, Bureau of the Census, 1980.

[18][18] Cfr. P. Hall e D. Hay, op. cit.

[19][19] Si tratta essenzialmente, oltre a P. Hall, D. Hay, Growtb Genters... cit., e P. Cheshire e al., Urban Problems... cit., della nota ricerca condotta, all'interno del «The Costs of Urban Growth (CURB) Project», da L. Van Den Berg e al. e pubblicata nel volume Urban Europe, A study of Growth and Decline, London, Pergamon Press, 1982.

[20][20] Cfr. ISTAT‑IRPET, I mercati locali del lavoro in Italia, bozza presentata al Seminario «Identificazione di sistemi territoriali: Analisi della struttura sociale e produttiva in Italia», Roma, dicembre 1986

[21][21]. Sui criteri di delimitazione delle aree metropolitane utilizzati dalla SVIMEZ, cfr. S. Cafiero, A. Busca, Lo sviluppo metropolitano in Italia, SVIMEZ, Milano, Giuffré, 1970; S. Cafiero, Nuove tendenze dell'urbanizzazione in Italia e nel Mezzogiorno, in «Informazioni SVIMEZ», n. 4, 1980; D. Cecchini, Nota sulle aree urbane meridionali, in «Studi SVIMEZ, nn. 11‑12, 1983.


[22][22] Cfr. S. Cafiero, Nuove tendenze... cit.



[23][23]Essendosi convenuto, per ovvi motivi di signíficatività nella analisi dinamica, di man­tenere fissa la soglia di 100 attivi/kmq ai censimenti 1971 e 1981, i valori per gli addetti sono risultati rispettivamente pari a 70,4 add/kmq e 92,8 add/kmq.

[24][24]Sotto questo profilo gli indicatori adottati sarebbero ancora grossolani e, basati come sono su dati statistici relativi ai singoli comuni ‑ la cui ampiezza territoriale, come è noto, è estremamente variabile ‑, si rivelerebbero inadeguati per una dettagliata rilevazione delle singole aree.


[25][25] Nel Centro‑Nord l'introduzione di tale indice ha consentito di rilevare estensioni significative: delle aree metropolitane di Torino e Milano (rispettivamente ampliatesi di 17 e 71 comuni nel decennio 1971‑8 l); l'estensione e la reciproca saldatura delle aree urbane di Vicenza e Verona ( + 19 comuni) e la loro virtuale congiunzione con quella di Bassano ( + 6 comuni); l'estensione dell'area metropolitana di Padova e Venezia fino a includere Befiuno (+ 23 comuni), la costituzione della nuova area urbana di Pordenone; la saldatura ed estensione lungo la direttrice emiliana delle aree urbane di Parma, Modena e Bologna ( + 10 comuni); la continuità della direttrice adriatica da Ravenna fin quasi all'area urbana media‑adriatica (Alba Adriatica e Giulianova) di nuova costituzione; la estensione delle aree metropolitane della Liguria meridionale e della Toscana (Firenze‑Prato, + 6 comuni; La Spezia‑Massa C.‑Pisa, + 8 comuni). Nel Mezzogiorno, viceversa, lo stesso criterio ha dato esiti molto meno rilevanti: se si eccettua l'arca medio‑adriatica di nuova formazione (pressoché totalmente inclusa nella provincia di Teramo ma solo perciò, in effetti, da attribuirsi al Mezzogiorno) essi si riducono alla inclusione di Avellino nell'area metropolitana di Napoli (+ 14 comuni) e a limitati ampliamenti dell'area urbana di Siracusa (+ 3 comuni) mentre le altre estensioni delle aree, comunque esigue, sono determinate da processi di conurbazíone soprattutto residenziali.


[26][26] Cfr. P. Costa, E. Canestrelli, Agglomerazione urbana localizzazione industriale e Mezzogiorno, SVIMEZ, Mílano, Gíuffrè, 1983, pp. 54 ss.


[27][27] Su questi aspetti è di notevole interesse il saggio di B. Secchi, Nuove tecnologie e territorio in A. Ruberti (a cura di), Tecnologia domani, Bari, Laterza, 1985.



[28][28] Cfr. SVIMEZ, Rapporto 1987sull'economiadelMezzogiorno, parte III, cap. 2. Sugli aspetti diffusivi e reticolari delle nuove tendenze insediative sono essenziali i recenti lavori di G. De Matteis, ed in particolare Contro‑urbanizzazione e strutture reticolari in G. Bianchi, I. Magnaní (a cura di), Sviluppo multiregionale: teorie, metodi, problemi, Milano, Angeli, 1985; Contro‑urbanizzazione e deconcentrazione: un salto di scala dell'organizzazione territoriale in R. Innocenti (a epra di), Piccola città e piccola impresa, Milano, Angeli, 1985.

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