a cura di Sonia Zarino (architetto, urbanista)

domenica 11 gennaio 2015

Lo sguardo del viaggiatore: se un parcheggio è chiamato piazza Alfieri

Un articolo che focalizza l'attenzione sull'uso dello spazio pubblico, ed in particolare della piazza, che nata per accogliere e favorire l'incontro tra le persone e le loro attività culturali ed economiche, le relazioni, lo scambio, si è trasformata negli ultimi decenni in spazio per la sosta dei veicoli, relegando le persone ai margini, negli interstizi tra un posto auto e l'altro. L'articolo parla di Milano, zona Bovisa, ma esempi simili di piazze trasformate in parcheggi li troviamo in tutta Italia, e anche nei più bei centri storici.

di Renzo Rimboldazzi
pubblicato su arcipelagomilano.org il 6 gennaio 2015


La chiamano piazza e invece è un parcheggio. Un’imprecisione che non è solo lessicale perché in realtà esprime bene una certa idea di spazio pubblico radicata a Milano. Non luogo dell’abitare civile come ancora se ne trovano in molte città d’Italia e d’Europa. Non scena della vita pubblica o ambito urbano in cui la collettività, una classe sociale, il potere politico o quello religioso esprimono attraverso l’architettura la loro magnificenza così com’è stato per secoli nel vecchio continente. Ma semplicemente uno spazio dove non si è costruito, sistemato alla bell’e meglio e subito abbandonato a se stesso, senz’altro scopo che consentirvi il parcheggio delle auto.
02riboldazzi01FBStiamo parlando di Piazza Emilio Alfieri alla Bovisa – il quartiere di Olmi, dei gasometri di Sironi, dei poveri cristi della Gilda testoriana – ma potremmo parlare di molti altri luoghi di questa città che vivono la stessa misera condizione. Alla piazza che Milano ha dedicato all’ostetrico e ginecologo che nella prima metà del XX secolo “si è occupato dei problemi sociali relativi all’assistenza alla maternità” (Enc. Treccani) ci si arriva comodamente prendendo un qualsiasi treno da Cadorna.

Il percorso è breve e dal finestrino si possono rivedere da insolite prospettive alcune testimonianze della modernità milanese: la torre Branca al Parco Sempione – progettata da Gio Ponti e Cesare Chiodi nel 1933 che Edoardo Persico definì «né architettura pura, né pura ingegneria [ma] limite di un gusto in cui si trovano risolte armoniosamente tutte le premesse pratiche ed estetiche di un’epoca»; la casa in via Randaccio, anche questa disegnata dall’autore del Pirellone (con Emilio Lancia) per la sua famiglia a metà degli anni venti; oppure la lunga lama bianca del palazzo Ina in corso Sempione progettato da Piero Bottoni e realizzato nel secondo dopoguerra.

Lungo la ferrovia e sotto i ponti, poi, non è così raro scorgere quelle che alcuni raffinati (e fin troppo realisti) interpreti della contemporaneità fanno rientrare tra le forme dell’abitare temporaneo: tremendi ripari di fortuna di barboni o nomadi di tutte le età, anche bambini, la cui situazione precaria – indegna di qualsiasi società civile – ha poco a che fare con l’abitare e spesso, ahimè, nulla di temporaneo.

In un attimo si arriva in Bovisa. Le grandi porte vetrate della stazione si aprono su un piazzale, realizzato sopra ai binari con un mare di masselli autobloccanti, qualche fioriera con le stesse essenze di quelle degli autogrill e una certa quantità di automobili e motorini parcheggiati. Da qui vedi tanto cielo e, di fronte un po’ a destra, la torre Isozaki venuta su in men che non si dica sull’area dell’ex Fiera campionaria che, in linea d’aria, non è poi così lontana. Nessuno si ferma lì, sotto la grande pensilina, se non per pochi attimi per cercare di capire dove andare. Tutti svoltano immediatamente a destra o sinistra (nel nostro caso a sinistra) e, scendendo da una scala, vanno dritti al loro destino.

Proprio questa scala è uno dei principali punti di accesso alla piazza ma già da questo elemento architettonico capisci che aria tira. Inutile farsi venire in mente tutte le bellissime scalinate che colmano i dislivelli di Roma, Parigi o Budapest. Meglio scordarsi gradini levigati dal tempo, forme sinuose e più o meno elaborate balaustre marmoree. Meglio dimenticarsi anche l’educazione con cui generalmente vi introducono in un luogo, come ve lo presentano. Quella che c’è in Bovisa è una specie di rampa per quadrupedi di grossa taglia, con gradini bassi e distanti a tal punto da indurre un passo goffo e sgraziato e con un parapetto di un verde stridulo in tubolare metallico che parrebbe più adatto a una stalla.

Da qui, quotidianamente e a tutte le ore del giorno, frotte di studenti del Politecnico arrivano in piazza Alfieri, l’attraversano incuranti della rigida articolazione dei percorsi viabilistici e pedonali e, giustamente, se ne vanno oltre, verso quel bellissimo campus dell’ateneo insediato in quelli che furono gli uffici e gli stabilimenti della Ceretti & Tanfani, quelli delle funivie.

D’altra parte, che fare qui? La piazza, dicevamo, è a tutti gli effetti un parcheggio. Con le sue ordinate corsie di asfalto, i marciapiedi stretti che nessuno usa, file di lampioni – a uno dei quali è rimasto attorcigliato il fil di ferro dei fiori lasciati per quel vigile urbano travolto con la sua bicicletta da un suv – e un sacco di spazi per le auto pavimentati con quei graticolati di cemento dove l’erba non cresce mai ma in compenso trattengono benissimo mozziconi, cartacce e tappi delle bottigliette di plastica. In un angolo, chissà per chi, hanno messo da poco un paio di panchine, un monitor spento che, come quelli delle stazioni, forse trasmetterà pubblicità e previsioni del tempo, e un lampione nero: un altro, diverso da quelli che popolano la piazza, che di notte proietterà la sua luce vivida e fredda solo in quell’angolo a sottolinearne un’importanza che non c’è. Tutt’intorno, a parte l’umanità di alcune case modeste (e tuttavia urbane) sulla via Bovisasca, l’irrisolto, l’incompiuto, l’indifferente al luogo e alla vita.

A partire dalla stazione che volge a questo spazio pubblico non il suo volto ma il suo fianco: un susseguirsi di pannelli prefabbricati, con aperture orizzontali, verticali e perfino tonde: grandi oblò su cui sono stati riadattati normali serramenti rettangolari in alluminio anodizzato, di quelli che ti fanno comprendere bene perché Woody Allen, nel suo Harry a pezzi del 1997, collochi l’inventore di questo materiale tra i dannati dell’inferno. A parte le finestre, nessuna relazione con la piazza, neanche un ingresso secondario, uno straccio di passerella di collegamento con l’altro insediamento del Politecnico al di là dei binari, nulla. Anzi, ad accentuare la separatezza tra questo luogo poco urbano e un’architettura che fa la periferia ancor più periferia di quel che è c’è perfino un’area recintata per i rifiuti e un corpo basso di locali tecnici con un lungo muro cieco su sui campeggiano scritte di matrice anarchica e, in un angolo, una lapide dedicata a Maria Luisa D’Amelio, diciassettenne massacrata da quelle parti nella seconda metà degli anni ottanta.

Gli altri due lati della piazza sembrano lì in attesa di qualcosa che, forse per fortuna, non succede mai. Da una parte c’è un magazzino in mattoni con la scritta “Affittasi” che per un po’ è stato uno spazio teatrale; a fianco una casa famiglia con un asilo nido “privato multietnico”, precisa la targa sul pilastrino; poi l’imbocco di una via che porta dritta alla nuova sede di Telelombardia che riconosci per l’alto traliccio pieno di antenne; e infine, dietro grandi manifesti pubblicitari, un tumolo di macerie ricoperte di erbacce: un moderno sepolcro di quel bellissimo esempio di archeologia industriale che era l’ex saponificio Sirio frettolosamente abbattuto una decina di anni fa, con la sua ciminiera e un pezzo di identità del quartiere, nonostante una petizione popolare e una mozione al Consiglio comunale.

Sull’altro lato solo un grande prato recintato con strutture provvisorie che hanno un che di checkpoint militare. Da qui la vista può correre fin laggiù, dove c’è un altro edificio simbolo della Bovisa industriale: quello della Fratelli Livellara, da alcuni erroneamente attribuito a Sant’Elia e collocato proprio dove la via Bovisasca traccia un’ansa che pare quella di un fiume. Alla sua sinistra, si scorge l’area dei gasometri: la cosiddetta “goccia” racchiusa dall’anello dei binari, di cui una Milano povera di idee con un po’ di respiro sembra non saper bene che farsene, tanto che – c’è da scommetterci – quella che potrebbe essere un’occasione storica per la città finirà col soddisfare i soliti (e insaziabili) appetiti speculativi.

A destra della Livellara, invece, spiccano – sullo sfondo di un tessuto frammentato fatto di case a ringhiera, officine, orti e giardini – alcune torri residenziali alte fino a quindici o venti piani, una accanto all’altra, e alcuni edifici per uffici dai colori vivaci e con insoliti corni sulla copertura. Una quantità rilevante di metri cubi di cemento buttati lì da poco tempo che testimonia della nostra incapacità di plasmare nuovi luoghi urbani con quel minimo di coerenza formale e funzionale che viene solo dall’arte di ascoltare e interpretare i contesti.

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