a cura di Sonia Zarino (architetto, urbanista)
giovedì 13 marzo 2014
mercoledì 12 marzo 2014
La Liguria ai vertici nazionali per laureati e innovazione
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Città metropolitana, per Tursi un incubo da 200 milioni
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sabato 8 marzo 2014
La Provincia di Genova e l’attrattività territoriale: una missione impossibile?
Quotidianamente i giornali parlano del declino e della crisi economica che caratterizzano la Liguria e la provincia di Genova: il calo demografico è un chiaro sintomo della perdita di attrattività di un territorio che, tuttavia, possiede non poche potenzialità. Come fare per valorizzarle e far ripartire l'attrattività territoriale e, quindi, rimettere l'economia locale sulla via dello sviluppo? Proviamo, per prima cosa, ad analizzare i dati per inquadrare il problema.
Dire che un territorio deve essere attrattivo può risultare una ovvietà, tuttavia ci si potrebbe domandare: attrattivo, certo, ma per chi? Scopriremmo così che l’attrattività di un’area può variare, anche considerevolmente, se chi la valuta è un privato ivi residente, oppure un turista, o ancora un lavoratore pendolare, un imprenditore, uno studente straniero, e così via.
L’attrattività è, in generale, la
capacità di ogni territorio di attrarre a sé persone e attività (turismo,
residenzialità, attività economiche, capitali, imprese, centri di formazione e
cultura). Tale capacità è in relazione con un altro fattore, il benessere, che
rappresenta la capacità di ogni territorio di garantire qualità della vita per
chi ci abita e ci lavora. L’attrattività è un fattore fondamentale anche per
sviluppare quella che si chiama la competitività di un territorio, ed è la
capacità di produrre efficaci e sostenibili performance economiche, ambientali
e sociali.
Potremmo sintetizzare che un
territorio è tanto più competitivo quanto più è attrattivo ed in grado di
garantire benessere: i tre aspetti sono altamente interrelati.
L’andamento della popolazione nella provincia di Genova
Un primo misuratore
dell’attrattività territoriale è la variazione della popolazione residente,
esaminata nelle due componenti: saldo naturale e saldo migratorio. Il saldo
naturale misura, in un certo senso, la tendenza di una popolazione a diminuire
o ad aumentare in funzione di dinamiche “interne” al territorio. Ad esempio,
una popolazione con un alto indice di vecchiaia (come è appunto il caso della
provincia di Genova) vedrà in generale una prevalenza dei decessi sulle
nascite, quindi saldi naturali negativi. Il saldo negativo della popolazione
può indicare anche una scarsa propensione ad avere dei figli (condizioni
economiche negative, difficoltà di accesso ai servizi, ecc.). Il saldo
migratorio indica, più direttamente, l’attrattività di un territorio (offerta
di opportunità di lavoro, di formazione, di attività culturali, turismo, ecc.)
poiché misura spostamenti fisici di persone da un luogo verso un altro.
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venerdì 28 febbraio 2014
Le “città regione”: alcuni esempi europei a confronto nel progetto Joining Forces
La governance delle aree metropolitane è un tema che da diverso
tempo è al centro delle analisi sulle nuove forme di organizzazione
territoriale. Il progetto Joining Forces, recentemente concluso, nell’ambito
del programma Urbact II ha sviluppato la ricerca di strumenti di governo delle aree
metropolitane per affrontare meglio le sfide dell'Europa delle città: la
competitività, la coesione sociale e la sostenibilità ambientale.
Gli 8 partners coinvolti nel progetto Joining Forces, recentemente concluso e pubblicato, erano Lille (Francia) capofila del progetto, Burgas (Bulgaria), Brno (Repubblica Ceca), Bruxelles (Belgio), Cracovia (Polonia), Eindhoven (Paesi Bassi), Firenze (Italia) e Siviglia (Spagna). Esse hanno coordinato e sviluppato i vari temi oggetto di studio e considerati strategici ai fini di caratterizzare un’area metropolitana europea:
- Pianificazione strategica del territorio;
- Gestione della mobilità e dei trasporti;
- Principali questioni ambientali: approvigionamento idrico, smaltimento dei rifiuti, ecc.
- Competenza economica (creatività, ricerca ed istruzione);
- Sistemi di gestione (pubblica e mista pubblico/private);
- Inclusione sociale, partecipazione, responsabilizzione;
- Attrattività e competitività (inclusi la promozione e il marketing territoriale).
“La competitività è una risposta di tipo sociale alle sfide
economiche: non significa soltanto fornire un livello più alto di servizi
pubblici, ma richiede anche una vera abilità nel cooperare con diversi attori
ubicati nella stessa area. La sostenibilità, come obiettivo per la gestione
ambientale, presuppone l’idea di molte decisioni collettive e di strategie di
sviluppo per un futuro più vivibile. L’integrazione sociale costituisce una
strategia per ridurre le tensioni urbane tra gruppi di abitanti. I problemi
etici, di genere e generazionali devono essere risolti nella maggior parte
delle grandi città e nelle rispettive periferie. Le risposte possono essere
date con l’aiuto proveniente dalla pianificazione fisica e sociale.”[1]
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giovedì 27 febbraio 2014
Unioni dei Comuni nel levante della Provincia di Genova: ecco le prime ipotesi
I
piccoli comuni saranno obbligati, secondo il disegno di legge in
itinere, a gestire le funzioni fondamentali in forma associata. Alcune
realtà si stanno già organizzando nella Provincia di Genova.
In Provincia di Genova è attualmente costituita una sola Unione di Comuni che comprende Campo Ligure,
Masone, Mele, Rossiglione, Tiglieto.
E’ inoltre in attuazione la formazione di un’altra Unione, quella della Valle Scrivia, che avrà sede presso il Comune di Busalla e comprenderà inoltre i Comuni di Casella, Crocefieschi, Isola del Cantone, Montoggio, Savignone, Ronco Scrivia, Valbrevenna e Vobbia.
E’ inoltre in attuazione la formazione di un’altra Unione, quella della Valle Scrivia, che avrà sede presso il Comune di Busalla e comprenderà inoltre i Comuni di Casella, Crocefieschi, Isola del Cantone, Montoggio, Savignone, Ronco Scrivia, Valbrevenna e Vobbia.
Le prime ipotesi di Unioni di Comuni nel levante della Provincia di Genova riguardano Comuni dell'Aveto e della Val Graveglia (Borzonasca, Santo Stefano d'Aveto, Rezzoaglio, Mezzanego, Ne), il "trio" Casarza L., Castiglione Chiavarese e Moneglia, il "duo" Camogli e Portofino ("Unione del Promontorio") e, infine, l'Unione costituita da Recco, Avegno e Uscio.
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mercoledì 26 febbraio 2014
En attendant le Città metropolitane
di Walter Tortorella*
pubblicato il 24/02/2014 su ForumPA.it
La competizione economica internazionale si misura sempre più sulla
capacità dei grandi centri urbani di essere motori di sviluppo e da
tempo, i sistemi territoriali cresciuti attorno alle grandi realtà
urbane hanno guadagnato terreno come attori economici globali. Diversi
studi, da quelli della Banca Mondiale a quelli dell’Ocse, seppure con un
grado di analisi opinabile, tendono ad evidenziare come oggi una quarantina di città-regione rappresentino circa il 40% dell'economia mondiale.
Sul piano dell’innovazione e della produzione, la competitività degli
stati, e quindi delle aree continentali, dipenderà sempre più dalle reti
– formali e informali - delle grandi aree metropolitane e dalla loro
tendenza a superare addirittura i confini statuali.
pubblicato il 24/02/2014 su ForumPA.it
Contrariamente a quanto sta succedendo nel resto del monto in Italia le
città metropolitane pur avendo valenza costituzionale non esistono né
come soggetti economico-territoriali né come soggetti
politico-amministrativi. A 23 anni dalla loro introduzione
nell’ordinamento italiano, quindi, si preparano ad essere riformate (dal
disegno di legge Delrio) senza essere mai esistite. Presentiamo
un’analisi di Walter Tortorella che si sofferma sugli aspetti problematici e
pericolosi di questa prossima svolta. Occasione è l’uscita del volume
“Città metropolitane. La lunga attesa” scritto con Massimo Allulli[i].
Il livello urbano, insomma, sembrerebbe reagire meglio del livello nazionale alle attuali sfide della globalizzazione.
Guardando all’Europa le principali città-regione - al netto di Londra e
Parigi - come Barcellona, Lione, Francoforte, Stoccarda, Amsterdam,
Copenaghen, Stoccolma si sono, da tempo, avviate verso forme di governo
metropolitano all’interno di un’architettura istituzionale nazionale.
Non è un caso che per il prossimo periodo di programmazione dei fondi
comunitari 2014-2020 la Commissione Europea - con la proposta di riserva
regolamentare del 5% delle risorse FESR per le aree urbane - abbia dato
grande enfasi al ruolo delle città nella gestione diretta delle
risorse.
In Italia, invece, le città metropolitane pur avendo valenza
costituzionale (vale ricordare che ad oggi non ne è stata formalmente
istituita alcuna) non esistono né come soggetti economico-territoriali né come soggetti politico-amministrativi.
Al contrario esistono come “realtà funzionali”, ovvero fluidi bacini di
utenza per lo più intercomunali – si pensi alla mobilità per lavoro,
istruzione, servizi sanitari, leisure, ecc. - senza alcuna
delimitazione amministrativa rispetto a spazi territoriali conclusi.
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martedì 25 febbraio 2014
Città metropolitane, ecco come trovarle
di Sabrina Iommi - Pubblicato su La Voce .info il 25 febbraio 2014
l disegno di legge Delrio propone una definizione di città
metropolitana che difficilmente può garantire gli obiettivi che la
riforma si prefigge. Un criterio alternativo invece ridisegna i comuni,
riducendone drasticamente il numero. La frammentazione amministrativa e
la competitività del paese.
PERCHÉ RIVEDERE GLI ASSETTI ISTITUZIONALI
L’iter di approvazione della legge Delrio
“Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e
fusioni di comuni” ha riaperto il dibattito sulla questione ormai più
che ventennale dell’individuazione e delimitazione delle città metropolitane
in Italia. Per valutare se e quanto la proposta sia adeguata, occorre
ripartire da quelli che in generale devono essere gli obiettivi della
revisione degli assetti istituzionali.
L’architettura istituzionale, vale a dire l’insieme dei diversi enti, ciascuno con i propri confini e con le proprie funzioni è finalizzata a creare un contesto, fatto di regole certe, ma anche di servizi di supporto e di strategie di investimento, in cui le imprese possano accrescere la loro efficienza e le famiglie il loro benessere. Come insegna l’economia istituzionale, le istituzioni non sono necessariamente efficienti, possono ridurre o accrescere i costi di transazione, così condizionando la performance complessiva dell’economia e il benessere della collettività. (1)
L’architettura istituzionale, vale a dire l’insieme dei diversi enti, ciascuno con i propri confini e con le proprie funzioni è finalizzata a creare un contesto, fatto di regole certe, ma anche di servizi di supporto e di strategie di investimento, in cui le imprese possano accrescere la loro efficienza e le famiglie il loro benessere. Come insegna l’economia istituzionale, le istituzioni non sono necessariamente efficienti, possono ridurre o accrescere i costi di transazione, così condizionando la performance complessiva dell’economia e il benessere della collettività. (1)
Ogni ipotesi di revisione degli assetti istituzionali deve quindi porsi come fine quello di ridurre i costi di transazione, in modo da I) ritrovare la coerenza tra confini reali delle comunità da governare e quelli formali delle istituzioni deputate a prendere le decisioni collettive, II) ridurre i tempi della decisione pubblica, anche limitando il numero dei decisori coinvolti, III) sfruttare economie di scala e di scopo, IV) selezionare e concentrare gli investimenti.
sabato 22 febbraio 2014
Provincia di Genova: il Tar annulla nomina commissario, ipotesi elezioni
Provincia di Genova: il Tar annulla nomina commissario, ipotesi elezi
Colpo di scena nella tormentata vicenda della riforma degli Enti Locali. Per il Tar della Liguria, la nomina dell'attuale commissario straordinario della Provincia, Piero Fossati, è illegittima in quanto conseguente al decreto di scioglimento del Consiglio Provinciale, che va annullato perchè in contrasto con il dettato costituzionale.
L'ex consigliere provinciale, Angelo Spanò, aveva presentato ricorso al Tar e ora ha visto riconosciute come valide le sue motivazioni. Per Spanò, dopo le dimissioni di Repetto, bisognava andare a votare. E questo potrebbe accadere adesso dopo il parere del tribunale.
La sentenza del TAR ha dato ragione all'ex consigliere provinciale, Angelo Spanò, per il quale la nomina di Fossati era avvenuta in base a una norma del decreto Monti, poi affossato dalla Corte Costituzionale.
Colpo di scena nella tormentata vicenda della riforma degli Enti Locali. Per il Tar della Liguria, la nomina dell'attuale commissario straordinario della Provincia, Piero Fossati, è illegittima in quanto conseguente al decreto di scioglimento del Consiglio Provinciale, che va annullato perchè in contrasto con il dettato costituzionale.
Tutto ruota attorno al decreto Monti sulla soppressione delle province, poi giudicato illegittimo dalla Corte Costituzionale. Nel maggio 2012, l'allora presidente della provincia di Genova, Alessandro Repetto si dimise. Quindi si proseguì con la nomina di un commissario straordinario, così come previsto dal una norma del decreto Monti, poi affossato dalla Corte Costituzionale.
L'ex consigliere provinciale, Angelo Spanò, aveva presentato ricorso al Tar e ora ha visto riconosciute come valide le sue motivazioni. Per Spanò, dopo le dimissioni di Repetto, bisognava andare a votare. E questo potrebbe accadere adesso dopo il parere del tribunale.
Fossati ha chiesto al prefetto come dovrà comportarsi visto che la sentenza impedisce al commissario e ai suoi vice di firmare atti. «Il prefetto mi ha detto che si è messo in comunicazione con il ministero. Mi è stato detto di andare avanti fino a che non ci sarà una comunicazione ufficiale».
«Attendo di capire se il ministero, che ha proposto la mia nomina al Presidente della Repubblica, farà ricorso al Consiglio di Stato per chiedere la sospensiva o quant'altro. In ogni caso non sono io che posso decidere e attendo di capire come mi dovrò comportare».
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giovedì 13 febbraio 2014
Il finanziamento delle Città Metropolitane nel disegno di legge di riordino degli Enti Locali
L’articolo 9 del progetto di legge 1212 concernente il riordino degli enti
locali e attualmente all’esame del Senato dispone che ciascuna Città
metropolitana succeda a titolo universale in tutti i rapporti attivi e passivi
(comprese le entrate provinciali) della Provincia cui subentra (con esenzione
fiscale per il trasferimento di beni).
Il testo dispone che le risorse
della Città metropolitana siano costituite dal patrimonio, dal personale e
dalle risorse strumentali della Provincia medesima (comma 1).
La città metropolitana succede inoltre
a titolo universale in tutti i rapporti attivi e passivi, ivi comprese le
entrate, all’atto del subentro alla provincia. Le entrate delle province sono costituite da:
- imposta sulle assicurazioni
sulla responsabilità civile auto, la cui aliquota è stabilita nella misura del
12,5 per cento (salvo la facoltà delle Province di variarla in aumento o in
diminuzione di 3,5 punti percentuali).
- imposta provinciale di
trascrizione, iscrizione ed annotazione dei veicoli iscritti al pubblico
registro automobilistico (IPT);
- altri tributi propri derivati;
- compartecipazione provinciale
all’IRPEF (fissata dal d.P.C.M. 10/7/2012 nello 0,60 dell’imposta);
- compartecipazione alla tassa
automobilistica regionale sugli autoveicoli.
Il decreto legislativo n. 68 del
2011,
inoltre, all’art. 24 disciplina articolatamente il sistema finanziario delle
città metropolitane, e attribuisce loro la facoltà di avvalersi di altre fonti
di entrata oltre a quelle derivanti dal trasferimento di quelle della
provincia, secondo diverse modalità attuative e
previo decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.
Funzioni metropolitane e spesa pubblica
Abbiamo visto come la
legislazione riguardante il finanziamento delle città metropolitane assegni ad
esse risorse anche aggiuntive, rispetto ai bilanci delle attuali province, in
funzione della complessità delle funzioni che i nuovi enti dovranno svolgere.
Non solo quindi le funzioni
fondamentali delle ex Province, ma anche la pianificazione territoriale
generale e la strutturazione del trasporto pubblico, o ancora lo sviluppo
economico e sociale dell’intero territorio governato.
In funzione della complessità
delle funzioni assunte dalla Città Metropolitana sarà la legge di stabilità a
definire, di volta in volta, la dotazione finanziaria. Una posizione assai
elastica del legislatore, quindi, che tende ad assecondare la configurazione
assunta dal nuovo ente in rapporto alle funzioni effettivamente ricoperte: solo
quelle della ex Provincia, o queste più altre delegate dai Comuni, o ancora
queste più altre delegate dalla Regione.
Una ulteriore ed importante fonte
di finanziamento delle città metropolitane può inoltre essere individuata negli
assi di sviluppo 2014-2020 individuati dalla Commissione Europea per
l’erogazione di fondi strutturali.
Nel complesso la politica di
coesione europea permetterà di mobilitare fino a 366,8 miliardi di euro destinati
alle regioni e alle città dell'UE e all'economia reale. È principalmente
tramite questo strumento d'investimento che l'Unione realizzerà gli obiettivi
della strategia Europa 2020: crescita e occupazione, lotta contro i cambiamenti
climatici e riduzione della dipendenza energetica, della povertà e
dell’esclusione sociale.
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I motivi per unirsi: Castelnuovo e Ortonovo al voto per unire le forze
Castenuovo e Ortonovo alla prova del voto per unire le forze e cogliere le opportunità offerte ai Comuni che decidono di fondersi: sappiamo che il referendum ha avuto tuttavia esito negativo, ancora una volta hanno prevalso campanilismi e interessi particolari.
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Gorreto, lottare per non "sparire"
Piccoli centri sempre più spopolati, inoltre il recente rapporto Istat conferma che la Liguria è la regione più "anziana" d'Italia.
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domenica 9 febbraio 2014
Le Unioni di Comuni nel disegno di legge sul riordino degli enti locali – Il caso della Provincia di Genova
I
piccoli comuni saranno obbligati, secondo il disegno di legge in
itinere, a gestire le funzioni fondamentali in forma associata. Alcune
realtà si stanno già organizzando nella Provincia di Genova. Ma quali
saranno i possibili scenari futuri nel nostro territorio? E quale sarà
il rapporto tra Unioni di Comuni e Città Metropolitana?
La proposta di legge di riordino
degli Enti Locali[1]
attualmente all’attenzione del Senato si propone, tra le altre cose, di razionalizzare
la spesa derivante dall’esercizio delle funzioni amministrative di una miriade
di piccoli Comuni che, a fronte di costi di gestione relativamente elevati,
faticano comunque ad erogare servizi indispensabili alle popolazioni.
Il disegno di legge riprende un
cammino più volte intrapreso, con molte difficoltà, volto a incentivare l’esercizio
associato delle funzioni e dei servizi di competenza dei Comuni più piccoli
allo scopo di realizzare economie di scala e, si spera, una erogazione più
efficiente dei servizi pubblici.
Le Unioni di Comuni sono enti
locali costituiti da due o più Comuni “per l’esercizio associato di funzioni o
servizi di loro competenza”[2].
In base alla legge 122/2010, art. 14, i Comuni con meno di 5000 abitanti (o
meno di 3000 se montani) devono costituire unioni per l’esercizio
“obbligatoriamente associato delle funzioni fondamentali”[3].
A fronte dell’avvenuta gestione
in forma associata dei servizi, il patto di stabilità viene “attenuato” per il
Comune capofila e, per contro, reso più severo per gli altri Comuni associati
poiché l’operazione non può dare origine ad un aumento di spesa complessivo dei
Comuni facenti parte dell’Unione.
Le unioni di Comuni possono
avvenire anche tra entità aventi popolazione maggiore di 5000 abitanti (o di
3000 per i comuni montani), e in tal caso la disciplina di riferimento è quella
contenuta nell’art. 32 del Testo Unico degli Enti Locali.
La disciplina delle Unioni di Comuni
nel nuovo testo viene semplificata con l’abolizione dell’Unione di Comuni per l’esercizio
facoltativo di tutte le funzioni e servizi comunali. Restano ferme le altre due
tipologie di unione, quella per l’esercizio associato facoltativo di specifiche
funzioni e quello per l’esercizio obbligatorio delle funzioni fondamentali. Per
quest’ultima viene confermato il limite demografico ordinario pari ad almeno
10.000 abitanti, ma l’obbligo di esercitare in forma associata le funzioni viene
meno per i soli comuni montani che hanno più di 3.000 abitanti. Viene inoltre spostato
il termine per l'adeguamento dei comuni all'obbligo di esercizio associato
delle funzioni fondamentali dal 1° gennaio al 31 dicembre 2014.
Il caso della Provincia di Genova
I Comuni in verde chiaro e verde scuro sono quelli che in base al disegno di
legge dovrebbero dar vita alle Unioni.
Pop <5000 ab e Non Montani
|
|
Pop <3000 ab e Montani o Parz.
Montani
|
|
Pop >3000 ab e Montani o Parz.
Montani
|
|
Pop >5000 ab e Non Montani
|
|
Applicando le disposizioni della
legge in itinere al caso della Provincia di Genova si ottiene una simulazione (Fig.
1) dove sono stati evidenziati
- in verde scuro i Comuni con meno di 3000 abitanti e classificati montani o parzialmente montani dall’Istat
- in verde chiaro i Comuni con meno di 5000 abitanti e classificati come non montani
- in rosa i Comuni montani o parzialmente montani con più di 3000 abitanti
- in fucsia i Comuni non montani con più di 5000 abitanti
I Comuni di
Pieve Ligure e di Leivi sono attualmente classificati non montani e hanno fatto
parte di Comunità Montane, ma avendo meno di 3000 abitanti rientrano comunque
tra i Comuni tenuti a dare vita ad una Unione.
In totale sono 41 Comuni su 67
quelli che dovrebbero gestire le funzioni in forma associata come previsto dal disegno di
legge, ossia più della metà.
Particolarmente interessanti
appaiono, a questo punto gli scenari sulle possibili tipologie di unioni che i
vari Comuni potrebbero originare.
Unioni presenti e future nella
(ex) Provincia di Genova
E’ attualmente costituita, nella
Provincia di Genova, una sola Unione di Comuni che comprende Campo Ligure,
Masone, Mele, Rossiglione, Tiglieto. L'Unione è nata nel 2011 dalla
trasformazione della omonima comunità montana soppressa il 1º maggio 2011 a
seguito dell'entrata in vigore della Legge Regionale n° 23 del 29 dicembre 2010.
La popolazione residente nell’Unione al
2013 era di 12.955 abitanti. La sede amministrativa è stata fissata presso
Campo Ligure. Le funzioni gestite in forma associata dall’Unione sono quelle di
polizia
locale, la raccolta e lo smaltimento dei R.S.U. e la gestione dei canili.
In base al disegno di legge, a queste funzioni si dovrebbero sommare entro il
2014 tutte quelle definite “fondamentali”.
E’ inoltre in previsione la formazione
di un’altra Unione, quella della Valle Scrivia, che avrà sede presso il Comune
di Busalla e comprenderà inoltre i Comuni di Casella, Crocefieschi, Isola del
Cantone, Montoggio, Savignone, Ronco Scrivia, Valbrevenna e Vobbia.
Seguendo l’evoluzione normativa in
materia, lo Statuto[4]
prevede la gestione associata delle funzioni fondamentali[5],
allo scopo di “migliorare la qualità dei servizi erogati, di favorire il
superamento degli squilibri economici, sociali e territoriali esistenti nel
proprio ambito, e di ottimizzare le risorse economico-finanziarie, umane e strumentali,
ferma restando la salvaguardia delle rispettiva identità comunali e di un’adeguata
gestione dei rapporti con i cittadini”.
E’ interessante notare, a tal
proposito, come queste due Unioni comprendano tanto Comuni “sotto-soglia” per
quel che concerne la popolazione, e quindi tenuti a farne parte, quanto Comuni
che non sarebbero, secondo la legge, tenuti ad aderirvi.
Altre forme di collaborazione,
specie nel campo dell’elaborazione di piani urbanistici, sono attualmente in corso.
Ricordiamo, ad esempio, lo stesso Comune di Isola del Cantone, il cui PUC si
inscrive all’interno del percorso già tracciato dal progetto “Città dello
Scrivia” che interessa l’intera vallata o anche il PUC Coordinato dei comuni di
Fascia, Fontanigorda, Gorreto, Rondanina e Rovegno, elaborato in collaborazione
con l’Ente Parco dell’Antola e con la Provincia di Genova. Sono esempi (non del
tutto isolati, in verità) che sono importanti perché segnalano la volontà dei
piccoli Comuni di mettere da parte i campanilismi e cercare insieme soluzioni
per la gestione dei servizi ma anche per il rilancio socio-economico del loro
territorio.
Resta ancora molto cammino da
percorrere, il poco tempo a disposizione potrebbe essere tuttavia un ulteriore
incentivo per dar vita ad Unioni che sappiano, ad esempio, mettere insieme
peculiarità territoriali, in primis le vallate che incidono il territorio
montuoso, e sono spesso perpendicolari alla costa. La vallata dell’Entella è
certo un buon esempio, ma vi è anche quella del Petronio, della Fontanabuona, e
così via. Le aggregazioni delle ex Comunità Montane possono servire da valido
substrato di partenza, da attualizzare in base alle nuove normative e con un
occhio ben attento alle sinergie rese possibili dal nuovo ente costituito dalla
Città Metropolitana. E, a tal proposito, quali saranno i rapporti tra Città
Metropolitana e le Unioni di Comuni?
La questione è da qualche tempo
all’attenzione degli Amministratori locali, specie in quei contesti
territoriali dove le Unioni si sono radicate più efficacemente, come la Toscana
o la Lombardia.
C’è chi pensa che le Unioni
debbano essere prese a modello da parte delle stesse Città metropolitane,
contemperando l’esigenza di una governance di area vasta con i sistemi
territoriali.
Complessivamente, il disegno di
legge delinea un assetto istituzionale assai complesso, dove le competenze possono
fluire da un ente all’altro, secondo procedure ancora non ben definite: è
auspicabile che la discussione in sede di Senato possa ulteriormente migliorare
il testo di legge nell’ottica di una reale semplificazione degli enti locali e
del miglioramento della loro governance.
[1] d.d.l.
“città metropolitane, province, unioni e fusioni di comuni” A.S. 1212
[2]
Cfr. Art. 32 del TU 267/2000 e ss. mm. e ii.
[3]
Con esclusione di quelle alla lettera l) del cit. art. 14, così come modificato
a seguito dell’entrata in vigore della L. 135/2012 (art. 19).
[4] Cfr.
Statuto dell’Unione dei Comuni dello Scrivia
[5]
Cfr. Nota 3
sabato 8 febbraio 2014
Gli industriali italiani presentano il manifesto per le città metropolitane
Gli industriali italiani chiedono con decisione la costituzione delle città metropolitane, in quanto motori di sviluppo economico e fattore decisivo per la competitività territoriale nei confronti dell'Europa e del mondo.
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